Huppert: «Vi racconto le ossessioni amorose della mia suora» Il film di Nicloux tratto dal libro di Diderot Una storia ambientata nel XVIII secolo

BERLINO Nella gelida e innevata domenica berlinese che segna il quarto giorno di programmazione del Festival del cinema tedesco, l’atmosfera si scalda con pellicole scandalose da temperatura hot. Ieri è stato il giorno de «La religieuse» tratto dal celebre racconto di Denise Diderot, già adattato sullo schermo nel 1966 da Jacques Rivette e ora rivisitato dal regista Guillaume Nicloux che porta questa opera complessa in concorso alla Berlinale. La storia è ambientata nel XVIII secolo: Suzanne ha 16 anni ed è costretta dalla famiglia a prendere i voti, nonostante lei aspiri a vivere nel mondo. In convento, la ragazza si confronta con le gerarchie ecclesiastiche, tra madri superiore benevole, a volte crudeli e spesso troppo passionali. Con la sua forza d’animo Suzanne (la belga Pauline Etienne) resisterà alla barbarie del convento per riconquistare la sua libertà. Mentre la madre superiora (una stroaordinaria e ossessiva Isabelle Huppert) si trasforma in una sorta di vampiro bramoso del giovane collo di Suzanne. La pellicola di Rivette, con protagonista Anna Karina, venne all’epoca censurata per «blasfemia e immoralità», ma poi il film fu di nuovo messo in circolazione, anche grazie a Godard che scrisse una lettera all’allora ministro della cultura francese facendo reinserire la pellicola nelle sale. Stavolta, Nicloux rimane fedele al racconto scritto da Diderot nel nel 1780 (e pubblicato postumo nel 1796), offrendo immagini meno hard e insistenti di quelle usate da Rivette. Ma nonostante tutto, la protagonista denuncia l’oscurantismo della Chiesa dell’epoca, angosciata dalla sua nemica (Louise Bourgoin) e dai punitivi genitori (Martina Gedeck e Gille Cohen), divisa tra disciplina assoluta e passioni amorose che la vogliono come oggetto delle altre. Isabelle Huppert , che ha anticipato le sue due colleghe francesi attese a Berlino (Juliette Binoche in «Camille Claudel» e Catherine Deneuve in «Elle s’en va’» di Emmanuelle Bercot) ha precisato che il suo personaggio «non è poi così scandaloso come appare. L’attrazione che la mia suora prova per Suzanne va al di là del semplice desiderio sessuale: si tratta di un amore pericoloso ma non malsano. È un personaggio che nasce da un romanzo trasgressivo concepito come una sorta di inganno letterario che ha permesso di agire con la massima libertà. La mia madre superiora perpetra un abuso più emotivo che sessuale, non è una predatrice o una mangiatrice di jeunes filles, ma qualcuno che cerca disperatamente affetto: il regista è entrato nel mondo dei personaggi con mancanza di rispetto e brutalità ma anche con narturalezza; è stato bravo a raccontare una storia universale di sopraffazione dell’individuo da parte di un sistema dispotico». Questo della Huppert si aggiunge ad altre pellicole scabrose che hanno animato i primi gioni della Berlinale: a cominciare da quella di Joseph Gordon-Lewitt, che ha girato il suo primo film da regista con Scarlett Johansson e Julianne Moore. La ridente commedia «Don Jon’s Addiction» racconta le peripezie di un giovane e moderno don Giovanni (interpretato dallo stesso Gordon-Lewitt). Donniaolo, egoista e dipendente dal porno, Jon non ha mai avuto problemi con le donne, almeno prima di incontrare Barbra, ragazza idealista che lo attira nonostante le profonde differenze di carattere, ed Esther, una donna più grande, rimasta vedova, che lo comprende meglio di chiunque altra. Oltre al film di Ulrich Seidl che ha chiuso la sua trilogia sui corpi con «Pardise:Hope»(storia di preadolescenti obese in cerca di amori morbosi), nella Berlinale Special è passato «Lovelace». Il film racconta il successo che ebbe negli anni ’70 «Gola profonda» con Linda Lovelace, tanto che il governo di Nixon provò a impedirne la diffusione, riuscendo a condannare l’attore protagonista a 5 anni di carcere. Mentre la Lovelace (Amanda Seyfried che è alla Berlinale anche nei panni della casta Cosette de «I Miserabili») dichiarò che fu letteralmente costretta a interpretare tutte le scene di sesso dall’allora marito Chuck Traynor. Il film, diretto da Epstein e Friedman, fa luce proprio sul dietro le quinte della Lovelace: prima trasformò il porno in un fenomeno di costume e poi si unì alla lotta femminista di Gloria Steinem, denunciando gli abusi e le percosse del marito-padrone. Personaggi eccentrici, originali idee di regia e atmosfere misteriose sono gli ingredienti di «Vic+Flo Saw a Bear» del canadese Denise Coté, storia di donne amanti, ex compagne di cella, che tentano di rifarsi una vita nel bel mezzo della foresta. Ha un passato doloroso da affrontare anche la protagonista di «Gloria», terzo film del cileno Lelio, dramma di una donna divorziata che non si rassegna alla solitudine e rincorre amori fugaci, frequentando feste per adulti single. La Berlinale Special ha puntato poi su Jane Campion che ha presentato una serie televisiva sul misterioso e torbido caso di una dodicenne incinta, scomparsa nel nulla. Nella stessa sezione, anche l’eclettico e nichilista regista inglese Michale Winterbottom che, con «The look of love», offre il ritratto di un uomo eccentrico e maniacale: Paul Raymond è passato alla storia delle volgarità come il Re di Soho, diventato uno degli uomini più ricchi della Gran Bretagna al motto di «il sesso vende». Proprietario di spinti night club, riviste erotiche e teatri a luci rosse, Raymond ha dovuto fare i conti con la morte dell’amata figlia, scomparsa per un’overdose di eroina a 36 anni.