Quando il Santo Natale

Buoni,belli e santi sono gli auguri, se a farli non è solo la bocca, ma anche il cuore. E proprio il cuore può far difetto. In mezzo alle mille luci che accendiamo, può mancare quella che non si accontenta della festa in famiglia, dell'albero, del presepe, della messa di mezzanotte, di tutto lo sfolgorio policromo riversato per le strade. Quella che si chiama carità. Senza la carità il Natale non è buono. È buonista, e cioè scialbo, melenso, retorico. Ed è cattivo quando ci si mette di mezzo il "troppo umano" o addirittura il "disumano". Quel "cuore di tenebra" che sta sempre in agguato. Altro che la festa dove tutti sono - o dovrebbero essere - buoni! "Cattivo Natale" (a cura di Riccardo Reim, zero/91, pp. 185, euro 15), attraverso diciassette racconti d'autore, "neri, fantastici e crudeli", ci presenta scenari davvero raggelanti. Non perché a Natale fa freddo. Ma perché qui il "freddo" è il tratto caratteristico di quel menzionato cuore che dovrebbe espandersi in calda, amorosa pienezza. E invece! In "Cattivo Natale" abbiamo a che fare con dei veri e propri "mostri": c'è una coppia di saltimbanchi che sfrutta due fratellini rimasti orfani e li lascia a morire nel gelo (Contessa Lara/ I saltimbanchi); c'è un vecchio notaio che vive in solitudine curandosi solo del proprio forziere pieno di bei pezzi d'oro e lasciando in miseria la figlia e i nipotini (Evelyn, "Strana vigilia di Ceppo"); c'è una vecchia bigotta che tiene a servizio una bambina di sette anni, dandole appena di che sopravvivere (Matilde Serao/Canituccia). Stereotipi da letteratura strappalacrime ottocentesca? Con tanto di finale edificante - la conversione, l'evento soprannaturale - o quanto meno consolatorio - il miracolo dell'innocenza, il dono di un sogno "più forte della morte"? O con un epilogo che lascia l'amaro in bocca ma vale come monito? Sì, certi tratti caratterizzanti ci sono, insieme a qualche concessione ai facili effetti e qualche esasperazione dei toni cupi, contrastanti col luminoso scenario natalizio. E tuttavia la "miseria nera", con annessi e connessi tragici, non era, per tanta gente, una forzatura letteraria, ma una triste realtà. "Era" e per certi versi "è". Così come sfruttamento e violazione dell'infanzia, animalesca ignoranza e abiezione morale sono mostruosità con cui abbiamo a che fare anche oggi. Per non parlare delle violenze scatenate dalla gelosia e dal rancore. O generate dalla perversioni dei sensi e dei sentimenti. Ben vengano dunque, a farci riflettere sul senso vero della festa - e non a guastarcela- i racconti di "Cattivo Natale". Tutti, in qualche modo, esemplari. Da quelli che ci donano una morale (oltre ai tre che abbiamo citato, ricordiamo "Miracolo di Natale" di Contessa Lara e un piccolo gioiello come "Il tesoro dei poveri" di d'Annunzio), a quelli che ci offrono una "variante" della vita, così com'è, nuda e cruda. E più che mai nuda e cruda quando, ad esempio, ti senti terribilmente solo in mezzo a scampanii festosi, sorrisi gioiosi e luminosi "interni" domestici. È sola e travolta dalla piena della disperazione la servetta che, la notte di Natale, partorisce e uccide la sua creatura (Giovanni Pascoli/ Il ceppo). Salvo poi cercarla affannosamente, e ritrovarla e riscaldarla in sogno, accanto al fuoco, dove, per un attimo, è comparsa la Madonna col Bambino.