di Antonio Saccà Sto seduto alla scrivania e leggo il libro curato da Mario De Caro e Maurizio Ferraris, «Bentornata realtà» (Einaudi).

Mai sostenitori affermativi di una realtà bentornata, sono convinti che la realtà era scomparsa o resa non realtà o coperta, addirittura mascherata. Tocco la scrivania. Non vorrei che svanisse. Ma esiste, o, per dirla con Ferraris: resiste. Il mio tatto non mi inganna, i miei sensi non mi tradiscono. La scrivania c'è. La realtà è tornata. La realtà c'è. Mi conforto. E per rassicurarmi del tutto, metto mano alla sedia, il piede sul pavimento, ancora una volta il tatto mi svela che la realtà della sedia e del pavimento è... reale, verificabile con il senso del tatto. Per scrupolo, apro un flacone di odori, di zagara, precisamente, e il profumo siciliano non soltanto lo aspiro radiosamente, addirittura mi suscita la terra da cui viene. Potrei sperimentare gli altri sensi, l'udito, il gusto, la vista, ormai sono certo che i sensi mi consentono la certezza della realtà. E tuttavia, non so come, mi sorge un dubbio coesistente alla certezza che i sensi mi consentono la certezza della realtà. Ecco il dubbio: ma se sono i sensi a darmi la realtà, io non conosco la realtà, piuttosto le mie sensazioni della realtà! Il muro è la mia sensazione del muro? No. Il muro è oggettivo, esterno, fuori di me, anche le stelle, per dire, il mare, le biciclette, e il rimanente tutto. La faccenda si complica. Io conosco la realtà mediante percezioni e la considero fuori di me, infatti è il muro, ad esempio, che mi dà percezione di toccarlo se lo tocco e però nel momento in cui la percezione la muto in rappresentazione, pensiero del muro, muro pensato, compio uno scarto falsificativo: stacco il pensiero del muro dal muro reale e credo che la realtà sia pensiero. Idealismo, ermeneutica, costruttivismo, per Ferraris, al dunque: specialmente il postmodernismo, ha scartato la realtà, l'essere per sostituirli con il linguaggio, l'interpretazione, con delle concezioni mentali che non si affidano al nudo e netto essere, al reale, alle cose come tali, all'oggettività. Alla celeberrima dichiarazione: Non esistono fatti ma interpretazioni, Ferraris sembra sostituire una dichiarazione del tipo: Non esistono interpretazioni, ma fatti. O, meglio, esisteranno interpretazioni ma innanzitutto e soprattutto esistono fatti, a noi esterni, reali, oggettivi. Tocco di nuovo la sedia: indifferente a quanto scrivo, sta, dunque è vero: il reale c'è, indipendente, consistente, resistente, corpulento, sensorialmente percepibile. Insomma, la realtà è fuori di noi, non è, in vari modi, costruita dagli uomini. Personalmente avrei risolto la faccenda con rapidità: siccome l'uomo viene dopo la Natura, la Natura non è costruita dall'uomo. Considerazione di una sconfortante evidenza. Ma i teorici del Nuovo Realismo non sono ingenui al punto da fermarsi a concepire che invece di pensare il reale occorre ricoscerlo com'è, oggettivo ed esterno a noi. Ne traggono, senza palesarlo, l'oggettività dei valori e delle valutazioni. La verità è intrinseca al reale, il reale è la verità, conoscere il reale ,oggettivo ed esterno, è conoscere la verità. La verità? E di che? La realtà viene incontro all'uomo suggerendogli, definendo regole, valori? Dal reale oggettivo esterno all'uomo viene una Tavola delle Leggi? Umberto Eco, nel suo testo «parlato» e sensato dichiara, con ragionevolezza, che dobbiamo fare i conti con la realtà, e la Scienza li fa sempre, ma che la realtà oggettiva ci dia la verità, poniamo nel campo morale o religioso, sarebbe troppo esigere. Ho l'impressione che i nuovirealisti capovolgono Dio. Come, per i credenti, Dio detiene la Verità e i Valori, per i credenti nuovirealisti è il reale che fornisce Verità e Valori, indiscutibili ed universali perché il reale è fuori dell'uomo, non è soggettivo, proprio come Dio. Sbaglio? Il reale con ci fornisce Valori e Verità universali e oggettivi? Si limita a sostenere che il reale è fuori di noi? Fosse così il nuovorealismo sarebbe una inconcludente osservanza delle «cose». Ma che volete che importi all'uomo se il reale è del tutto esterno all'uomo! Sentire, amare, morire, vivere sono del tutto umani. E il reale esterno a noi non ci interessa perché esterno a noi ma perché non sappiamo che ci sta a fare. Del resto, neanche l'uomo sa perché «sta». Questa è filosofia, tragica filosofia: stiamo tra le cose e non sappiamo perché esistono le «cose» e perchè esistiamo noi. Il Nuovo Realismo ci rivela soltanto che esistono le... «cose». Ne sentivamo il bisogno. Le cose esistono. L'uomo, però, cogliendo che la esistenza delle cose, e basta, sarebbe di uno squallore terminale riveste di sogni il reale e gli dà senso, religione, arte, grazie al cielo. E all'uomo.