La letteratura italiana perde Tabucchi

«Il dottor Pereira mi visitò per la prima volta in una sera di settembre del 1992. A quell'epoca lui non si chiamava ancora Pereira...ma aveva già la voglia di essere protagonista di un libro. Non so perché scelse proprio me per essere raccontato...». Antonio Tabucchi - lo scrittore morto ieri a 69 anni per l'epilogo di un cancro nell'amata Lisbona, dove giovedì si svolgerà il funerale - spiega così l'ispirazione per il romanzo che lo identifica come autore (ma, chissà, anche come persona) e che gli fece vincere nel 1994 il Supercampiello. Dunque, rivela ancora Tabucchi, il suo personaggio lo conosce «in una torrida giornata d'agosto a Lisbona» dopo aver letto su un quotidiano che è morto un vecchio giornalista incontrato in Francia negli anni Sessanta, «quando egli, da esiliato portoghese, scriveva su un giornale parigino». Pereira è appunto un giornalista che Tabucchi «insegue» nel cuore della dittatura di Salazar, nel 1938 e mentre in Spagna infuria il Caudillo. Cronista e poi curatore della pagina culturale, perché così parla solo del passato e non si impiccia di politica. I dubbi meglio metterli sotto coscienza. Ma capita che piano piano si risveglia, il cittadino Pereira, quando due ragazzi, Monteiro e la sua fidanzata, cominciano a collaborare con lui. Snidano il suo senso civico circondandolo di domande. E Pereira, sviscerato come un testimone della Storia, come uno che «sostiene» in un interrogatorio, si riprende la sua coscienza, confidando incertezze, dubbi, dignità dolente alla foto dell'adorata moglie, morta tanti anni prima. C'è il tempo lento, i sussulti dell'animo, l'indefinito, nel libro-capolavoro di Tabucchi. Che - toscano nato nel 1943 a Pisa - si era intriso di Portogallo grazie alla fascinazione che suscitò in lui a vent'anni un libro di Pessoa trovato sotto pseudonimo su una bancarella a Parigi. Tabucchi divenne docente di letteratura e lingua lusitana alle università di Bologna, di Genova, di Siena. Sposò una ricca e nobile portoghese, Maria José De Lancastre, traducendo il multiforme Pessoa con lei. E alla fine degli anni Ottanta, a sancire ufficialmente il legame con i lusitani, divenne direttore dell'Istituto italiano di Cultura a Lisbona. Un modo per stare fuori dallo Stivale - l'altra città dei lunghi soggiorni continuava a essere Parigi - che fustiga come luogo di inciviltà, corruzione, ingiustizia, violenza. Ecco il Tabucchi di lotta. A Pisa, nella Libreria Feltrinelli (la sua casa editrice) restano memorabili i pistolotti pieni di rabbia contro Berlusconi e il berlusconismo. Una crociata senza se e ma, piena anche di furia contro chi non era d'accordo con lui, e tanto meno con i suoi libri, condotta dalle colonne di La Repubblica, l'Unità, Il Fatto quotidiano. Tanto veementi e condite di turpiloquio le sue sparate (aderì anche al girotondo di Piazza Navona contro il Lodo Alfano) quanto sfumata, la sua scrittura. «Sostiene Pereira gli ha dato la fama - dice lo storico della letteratura Walter Pedullà -. E se dopo il romanzo supercitato non sono venute grandi opere, quelle antecendenti, "Nottuno indiano", i racconti de "Il gioco del rovescio" e di "Piccoli equivoci senza importanza", sono ammirevoli. Libri che devono restare nella letteratura del Novecento, e pazienza se i titoli davvero importanti non sono molti. Al buon autore due tre libri bastano. Tabucchi ha questo di singolare: il suo è un linguaggio ad alto tasso di ambiguità. Non è scrittore realista, ma di quelli che suggeriscono, che sistemano ciò che interessa di lato. Nei suoi personaggi quasi si avverte una presenza subliminale, come arrivassero fantasmi». I successivi volumi sono solo un altro romanzo, «La testa perduta di Damasceno Mointeiro», e poi racconti, resoconti di viaggio, rivisitazioni narrative dell'arte. Al centro sempre il tempo, quello personale e quello della Storia. Il grumo di «Sostiene Pereira».