Se la pellicola è di classe, anche lo sfondone può essere perdonato

«Trediciporta sfortuna», fa il piagnisteo l'imperatore, con l'accento emiliano di Memo Benassi. Peccato che tredici per gli antichi non fosse un numero infausto. Lo è per gli americani, dei quali i Cesari non avevano contezza. E se pure molti lo collegano ai tredici dell'Ultima Cena, per i crudeli e cruenti pagani dei sette colli il numero tutt'al più poteva essere considerato fortunato. Questo per ricordare di quanti sfondoni siano infarciti i film storici. Carmine Gallone - il Cecile De Mille de noantri, quello che sfornava a Cinecittà film sull'antica Roma per compiacere il dictator Mussolini - non si fa scrupoli di citare nei titoli di testa appunto di «Messalina» i crediti verso autori latini del calibro di Tacito, Seneca, Svetonio, Marziale. Né quelli al Circo Togni, dal quale ha avuto in prestito i leoni per la scena madre. Allora, quanto sviano i filmoni storici dal corretto approccio con verità e soprattutto comprensione di un periodo? Mandereste a vederli i ragazzi, alle prese a scuola con le vicende dei secoli passati? Riducono tutto a macchietta, a melting pot di razze, usanze, passato e presente? Il bicchiere come al solito è mezzo vuoto e mezzo pieno. Se il film è ben fatto, se resta nell'immaginario collettivo, se suscita emozioni - per esempio uno «Spartacus» firmato Stanley Kubrick, con due protagonisti del calibro di Kirk Douglas e Lawrence Olivier - allora può generare patiti dell'antico, indurre alla rilettura dei classici latini, eccetera eccetera. E anche nella schiera dei favorevoli e contrari, nel dibattito, si suscita una coscienza critica sopita. Insomma, i film storici, proprio perché hanno una possibilità di riscontro con fatti realmente accaduti sono meno pericolosi e disdicevoli di fantasy orrorifici, di splatter a gogò, di idiozie in 3D. Proprio in un periodo simile - i giorni antecedenti a Pasqua - di otto anni fa Mel Gibson mandò nelle sale il suo «The passion» sulla Crocifissione di Cristo. Un kolossal girato tra i sassi di Matera, con un preciso taglio registico, mostrare lo spasimo del martirio di Gesù e così scuotere le coscienze. Fu accusato di antisemitismo, divise pubblico e critica ma, oltre che a portare strabilianti incassi di botteghino, indusse tante persone a rileggersi i Vangeli. Perfino, in alcuni casi, a volerne capire di più sull'aramaico, la lingua di Gesù nella quale era stato girato.