Cavour? Lasciò i vitalizi ai camerieri

Unolo lasciò al segretario, altri due al mastro di casa e al cameriere. E una consistente fetta dei suoi averi - da esemplare italiano, nonché primo ministro, nonché politico - li destinò alla collettività, ai concittadini torinesi perché fosse costruito un asilo per l'infanzia. Parola di testamento, così come lo vedremo in mostra da giovedì nel seicentesco spazio dell'Archivio Storico Capitolino in piazza della Chiesa Nuova (il salone ovale è abbellito da un camino disegnato da Borromini) per l'esposizione - educativa assai - «Testamenti di Grandi Italiani». Vi si raccolgono le ultime volontà dal 1870 a oggi di venticinque personaggi, variamente scelti. Scrittori (da Verga alla Deledda, da Manzoni a Pascoli e a Pirandello), politici (Zanardelli, De Gasperi), industriali (Enzo Ferrari, Giovanni Agnelli senior). Fino alla sciantosa Lina Cavalieri, al tenore Enrico Caruso. E ci sono pure le ultime volontà di due papi - Giovanni XXIII E Paolo VI - e quelle di una vittima dei perversi intrecci della finanza come Giorgio Ambrosoli. I documenti vengono dall'Archivio dello Stato, che conserva trentamila protocolli notarili, in un arco di tempo di sette secoli. «Carte che fanno la storia d'Italia», dice Orietta Verdi, vice direttrice della raccolta collocata in corso Rinascimento, nel palazzo della Sapienza. «Carte in pericolo, perché nel triennio 2010-2013 non ci sono stati assegnati fondi pubblici. Trentacinque volumi di documenti relativi a Caravaggio sono stati salvati con i soldi messi a disposizione dagli sponsor. Altri cento li abbiamo rimessi in sesto grazie ai cittadini, perché nella denuncia dei redditi hanno destinato a noi l'8 per mille. Alla mostra sui testamenti presentiamo un quaderno preziosissimo, il codicillo con il quale Giuseppe Garibaldi a Caprera, il giorno prima di morire (1 giugno 1882), aggiunge, con scrittura tremante, due righe alle precedenti disposizioni. Gli preme di affidare al primogenito Menotti i figli avuti dalla terza e ultima moglie, Francesca Armosino. Bene, i fogli erano in condizioni disastrate, stracciati, usciti dalla legatura. L'inchiostro aveva mangiato la carta. Per fortuna con l'aiuto del Consiglio Nazionale del Notariato li abbiamo potuti restaurare. Una piccola cifra - 580 euro - per garantire l'esistenza di un pezzo del nostro passato, gli ultimi momenti di un protagonista dell'Unità d'Italia». L'Eroe dei due mondi aveva ragione a preoccuparsi dei suoi eredi più piccoli. Aveva parecchie sostanze, per aver ben gestito la popolarità. Oltre Manica producevano i «Biscotti Garibaldi», l'immagine del Generale compariva sulle confezioni di tonno, di cerini, di lucido da scarpe. Ma oltre alla sistemazione dell'eredità, Garibaldi usò le sue ultime volontà per spiegare come voleva essere sepolto. «Il mio cadavere sarà cremato con legna di Caprera...La mia salma sarà vestita di camicia rossa. La testa, nel feretro o lettino di ferro, appoggiato al muro, verso tramontana, col volto scoperto, i piedi all'asta...». Ma torniamo a Cavour. Il primo capo del Governo dell'Italia Unita era convinto che la proprietà privata, pur sacra e intangibile, andasse mitigata da una carità legale, ossia dalla tassazione delle rendite dei ricchi per aiutare i poveri. Coerente si dimostra nel lascito estremo. Così, se al fratello destina la biblioteca e alla nipote il vaso avuto in dono «da S.M. l'imperatore dei Francesi all'epoca del Congresso di Parigi» e tutte «le Croci e le Decorazioni sia estere che nazionali che io posseggo», dispone che il meglio vada a persone esterne alla cerchia dei parenti. E dunque: «Lego al mio segretario Martino Tosco una pensione vitalizia d'annue lire milleduecento...; al nostro mastro di casa una pensione vitalizia d'annue lire mille...al mio cameriere Vedel una pensione di annue lire trecento e l'intero mio guardaroba». E poi: «Lascio a questa mia patria la somma di lire cinquantamille acciò con la medesima si eriga, siccome ne prego l'amministrazione, una nuova sala d'asilo ne' quartiere di Portanuova». Prodigo di discrezione si mostrò invece il primo presidente della Repubblica italiana, Enrico De Nicola: «Desidero non essere commemorato in nessun tempo, in nessun luogo, per nessuna ragione, in nessuna occasione», sottoscrive per il notaio il 9 novembre 1959. Volontà ovviamente non rispettata. In tutto il Paese ci sono strade e piazze a lui intitolate, a Napoli lo ritrae un busto in Castel Capuano. Vibra di presentimenti il testamento di un grande e probo uomo, Giorgio Ambrosoli, la persona alla quale toccò liquidare le banche di Sindona e che fu per questo oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Non cedette. E la sera dell'11 luglio 1979 fu assassinato da un sicario venuto dagli Stati Uniti. Quattro anni prima aveva lasciato scritto alla moglie: «Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Tu dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri...».