Ligabue tenta il sorpasso

diSTEFANO MANNUCCI Oggi si gioca tutto. Non ci sarà una terza occasione: come nei Gran Premi con una sola curva favorevole, o nel tappone di montagna quando ci si alza in piedi sul sellino, stasera Ligabue può tentare il definitivo sorpasso su Vasco. Ora o mai più: e in questa estate 2011 in cui i due campioni del rock italiano si fronteggiano a colpi di record di vendite, la congiuntura storica sembra agevolare il cantante di Correggio nei confronti di quello di Zocca. La loro querelle è storica, insanabile: malgrado qualche lontana cena-summit in incognito, la pace non potrà mai essere sancita. Del resto, il trono è uno, piantato in un punto indefinito della via Emilia, tra l'Appennino e la pianura, con i due correligionari che si sfidano come all'Ok Corral, così vicini per scelta di vita, eppure diversi come il giorno e la notte, il presunto "buonista" contro il "maledetto", l'apologeta del "si può fare" contro il nichilista rifugiato a vita nello sballo e nel chissenefrega. Due cultori del tirar tardi: ma mentre nel Bar Mario di Liga troverai sempre qualcuno con cui condividere una speranza, il Roxy Bar di Vasco è una tana di solitudine, dove ognuno è perso dentro ai fatti suoi. Oggi è il giorno del potenziale sorpasso, complice anche l'annuncio di un possibile (ma non così credibile) ritiro dalle tournée del signor Rossi. Così, la circostanza della seconda edizione del maxiconcerto di Campovolo assume per Liga un valore più sostanziale che simbolico. La prima volta, nel 2005, non tutto filò per il verso giusto. In qualche modo, però, l'autore di "Certe notti" le grane se le era andate a cercare. Quella volta furono quattro i palchi allestiti nella vastissima area dell'aeroporto reggiano, quattro strutture collegate fra loro da una sorta di cerchio narrativo, che il protagonista raggiungeva di corsa o addirittura in macchina, nel bel mezzo di un evento-celebrazione dove i gruppi della sua carriera (i ClanDestino e La Banda) gli fornivano il destro per raccontarsi. Ma un po' di fiatone, l'emozione e disgraziati problemi tecnici non resero quella serata del tutto memorabile, e Ligabue si beccò il marchio di megalomane, quasi fosse lui l'unico a soffrire di manie di grandezza nel circo del rock'n'roll, dove ormai - come dimostra il mostruoso palco del tour U2 - trionfano solo l'architettura magniloquente e il suono sparato a volumi siderali, e dove è ben complicato tornare alla ribalda essenzialità di un rock a mani nude e a tasche bucate, piantato nei sogni ribellistici dell'adolescenza. Sei anni fa a Campovolo gli spettatori furono 180mila, stavolta 110mila: non un ridimensionamento ma una scelta, con un unico palco senza strutture frontali, in modo da garantire la visione a 360 gradi. Il rituale è però lo stesso, con una scaletta di più di tre ore con la quale Liga tira una riga su tutto ciò che è stato: comprese le divagazioni letterarie e cinematografiche, i concerti acustici e quelli nei teatri, le prove d'orchestra e le zingarate. Da ora, dopo quello che appare come un riscatto dopo un rigore calciato in tribuna, si ricomincia: con l'annuncio che anche lui se ne starà per un po' lontano dagli show. Un programma curiosamente simile a quello di Vasco, che però sostiene - a 60 anni - di voler cambiare vita, mentre il 51enne Ligabue, se potesse, suonerebbe dal vivo tutte le sere. Ce la farà, l'eroe di "Campovolo 2.0", a vivere senza il suo antagonista? La scommessa è formidabile: perchè nel rock e nel pop se non c'è rivalità - vera o costruita ad arte dai management - manca il sale del derby. L'angelo McCartney contro il diavolo Jagger, la matura perversione di Madonna contro la giovane amoralità di Lady Gaga. I fratelli Gallagher che cannibalizzano gli Oasis. L'ultima volta i nostri due emiliani se le erano "suonate" via Facebook. Con Vasco a dire all'altro che doveva "mangiare un altro po' di polenta" prima di confrontarsi con lui. E dopo la smentita il contrattacco dell'entourage di Liga: "Sostiene di non aver scritto lui quella frase? E chi amministra la sua pagina?". Sarebbero andati così per altri vent'anni, senza l'abbandono del ring da parte del signor Rossi. Del resto, mancano altri candidati alla leadership. Non c'è ricambio generazionale, nel mondo delle rockstar. I tempi, almeno in questo, sono cambiati per sempre.