L'ombelico di Roma

 Non diteci che ci parliamo addosso perché girovaghiamo oggi nella «nostra» piazza e nel «nostro» palazzo. Ne abbiamo facoltà per due ragioni. Piazza Colonna è l'ombelico di Roma, il centro del centro. È giusto alla metà di via del Corso, (a proposito, ci avete mai pensato che soltanto a Roma il Corso è Corso e basta, non come in tutte le altre città intitolato a qualche personaggione?). E la piazza è come una stella che a ogni punta ha un luogo deputato capitolino: il Colosseo, il Pantheon, il Lungotevere e San Pietro, via Barberini e poi via Veneto, piazza del Popolo e il Pincio. E veniamo al secondo motivo. Palazzo Wedekind, sede da sessant'anni de «Il Tempo», apre al pubblico con una mostra d'arte e altre ne verranno nei prossimi mesi. Significa che oltre ai giornalisti, cittadini e stranieri potranno entrare in uno degli edifici più infarciti di storia. E sentiranno in queste stanze il fiato degli eventi ma anche il sospiro della mondanità, del glamour. Questo tuffo nelle stratificazioni delle epoche e delle architetture potrete farlo semplicemente affacciandovi dalla terrazza più bella della Capitale, appunto quella di Palazzo Wedekind, scandita dai lampioni bianchi. Avrete addosso, con la sua mole istoriata e il chiaroscuro del bassorilievo, la Colonna Antonina. Già una storia nella storia: perché l'iscrizione errata del basamento rimanda ad Antonino Pio, ma in realtà in cima ai venti rocchi che raccontano la guerra ai Germani e ai Sarmati c'era in origine l'imperatore filosofo Marco Aurelio; e poi Sisto V ordinò a Domenico Fontana di piazzarci un San Paolo perché, insomma, lui era Papa Re e un santo coi fiocchi ci stava bene nella piazza che aveva ridisegnato a forma di quadrato perfetto contornato da quattro palazzi. Che cosa vedrete ancora dalla terrazza e dalle finestre del palazzo comprato nel 1879 dal ricco banchiere tedesco Wedekind? A destra Palazzo Ferrajoli, tra i più eleganti della città, con le finestre sul Corso e, lassù, l'agile altana. E accanto, come incastrato, il barocco della chiesa di San Bartolomeo dei Bergamaschi, candida e piccola, quasi un soprammobile della piazza. A sinistra Palazzo Chigi, nato Albodrandini e poi ceduto alla famiglia dei ricchi banchieri toscani che si comprarono mezza città, nonché croce e delizia d'Italia, visto che è sede del Governo. Dalla politica al salotto. Di fronte ecco la Galleria Colonna, adesso intitolata ad Alberto Sordi (a proposito, Albertone era spesso in redazione, quand'era direttore de Il Tempo Gianni Letta, e una foto lo immortala tra i box dei giornalisti). Luogo di struscio nella Belle Époque. Di concerti e incontri di musicisti e di attori. E ancora fino agli anni Settanta, col Caffè Berardo, mondanissimo ritrovo. Ma poi era tutta la piazza un salone steso tra la piccola fontana sinuosa e la colonna di Marco Aurelio-San Paolo. Si ballava, al lume delle stelle. E sotto il portico di Palazzo Wedekind - voluto nel 1838 da papa Gregorio XVI che prese dal parco archeologico di Veio sedici colonne ioniche - ci si sedeva al Caffè Sommariva (o Colonna), aperto nel 1880. Oppure si restava in piedi, a sbirciare da scrocconi, proprio dietro le colonne, le cameriere svelte di passi e di sorrisi, tutte vestite di nero ma coi polsini e il grembiule bianco. Una delizia, queste kellerine. E le mance fioccavano, soprattutto per Hannah, una francese coi fiocchi. E dire che la sede de Il Tempo ha un austero passato. C'era stato il vicegerente del Vicariato. Gregorio XVI ci sistemò l'Ufficio di Stato delle Poste pontificie. E dopo il 1871, con Roma Capitale, ospitò per qualche anno il ministero della Pubblica Istruzione. Quasi prefigurando il futuro - essere la sede del giornale romano nato il giorno dell'ingresso degli americani a Roma - Palazzo Wedekind aprì le porte anche l'Associazione della Stampa, nata nel 1877, dopo lo schiaffo rifilato a Montecitorio dall'onorevole Pierantoni a un giornalista, Fedele Albanese, che lo aveva attaccato dalle pagine del Fanfulla. L'episodio fu deplorato da Francesco Crispi, presidente del Consiglio. E ai giornalisti venne la grinta di costituirsi in Associazione, per affermare la loro libertà. C'è un grande orologio sul coronamento di palazzo Wedekind. E sotto, telamoni sostengono il fastigio. Elementi ricorrenti nel palazzo disegnato da Pietro Camporese. Così come i soffitti a cassettoni: sono nel portico, nell'atrio e, in versione di stucchi dorati, nel salone. L'eleganza è qui anche nel pavimento. Figure mitologiche, greche, ghirlande di fiori disegnate con il mosaico. Roma è tutta una meraviglia.