Nabucco di lotta

diLIDIA LOMBARDI Doveva essere l'avvio più sentimentale - sulle note del Nabucco - della festa per i 150 anni del Paese. È stata una prova d'orgoglio in difesa della nostra cultura azzoppata dai tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo. Una protesta forte perché composta, prima dell'ouverture con il tema del «Va pensiero». A sipario ancora chiuso, Alemanno, presidente del Teatro dell'Opera, si fa sindaco di lotta e di governo: «Dopo mesi di trattative emergono tagli al Fus insostenibili. Da oggi Roma e i comuni italiani scendono in mobilitazione perché le fondazioni liriche non devono morire». Il pubblico applaude, dai palchi uno grida «Vergogna», si leva un solo buuh. Allora Riccardo Muti, il direttore d'orchestra più prestigioso che l'Opera di Roma ha avuto negli ultimi decenni, dice essenziale e grave la sua: «Non vorrei che il Nabucco sia, questa sera, il canto funebre della cultura e della musica sulle quali si abbatte un'ignominiosa scure». Nient'altro, se non una pioggia di volantini - piccoli, bianchi, come coriandoli - lanciati dal loggione. Con sopra scritto: «Lirica: identità unitaria dell'Italia nel mondo». Una scudisciata al Governo. Un'accorta tattica per evitare il surplus della protesta. Poi via, l'orchestra ha attaccato e gli applausi alla ouverture sono stati vibranti. Il sindaco si è insediato nel palco reale (dei Savoia) con gli illustri ospiti. Ma c'erano tanti rimandi simbolici in questo debutto da batticuore patriottico. Il Maestro Muti teneva per la prima volta la bacchetta in mano dopo l'operazione al cuore sopportata a Chicago. E pure il regista Jean Paul Scarpitta aveva l'emozione di chi, pochi giorni fa, ha fatto «aggiustare» in camera operatoria, per un malanno improvviso, il cuore. Così alla fine del terzo atto il pubblico ha chiesto il bis del «Va pensiero», altri manifestini sono piovuti in sala e molti hanno gridato: «Muti senatore a vita» tenendo in mano piccoli tricolori trovati in una rivista del teatro. Una scena che tornerà in mente al maestro il 21 marzo quando dirigerà il coro del «Nabucco» alla Camera dei Deputati. C'era un'altr'aria all'Opera. Parterre più composto, signore in spolvero ma meno agguerrite nello sfoggio di toilette a sensazione. Il pubblico degli abbonati era compatto nel riempire tutte le poltrone, i palchi, il loggione. La lista degli invitati ha reso onore all'ambientazione ebraica dell'opera con il rabbino capo Di Segni, il presidente della Comunità, Pacifici, l'ambasciatore Gideon Meir. Ma c'era anche un effervescente Giuliano Ferrara, alla vigilia del ritorno televisivo con «Radio Londra». La politica nazionale schierava la piediellina Beatrice Lorenzin, quella locale gli assessori Zezza, Lamanda e Gasperini. Bruno Vespa ed Ernico Cisnetto d'obbligo in sala per il Cda dell'Opera. Il tocco glamour con Isabella Rossellini, tornata dagli States perché mercoledì prossimo alla Casa del Cinema si riproietta «Viva l'Italia!» di papà Roberto. Le faceva ombra un enorme Gerard Depardieu, scamiciato «cugino francese». Gli altri affezionati vip latitavano. Meglio glissare sulla «prima» e strappare una poltrona della trionfale serata del 17 marzo, la «replica» istituzionale del «Nabucco» con il presidente della Repubblica, le alte cariche dello Stato, tutti gli ambasciatori accreditati, Giuliano Amato, presidente del Comitato dei Garanti per i 150 anni. Palazzo Chigi fa gli inviti ma è abbottonatissimo. Ci sarà il gotha della cultura, dell'imprenditoria, dello sport. La Farnesina dovrà districare la sistemazione delle feluche straniere. Allestimento speciale nel piazzale Beniamino Gigli: quinte recheranno i passi salienti della Costituzione. Essenziale la scaletta: inno di Mameli in apertura, col teatro illuminato a giorno e tutti in piedi. Poi l'ouverture di «Nabucodonosor». Ma già ieri l'assaggio cominciato con la protesta è finito in gloria. Cena di gala in onore di Muti all'Hotel Quirinale. L'associazione «Roma per il Teatro dell'Opera di Roma» era schierata al completo, con la presidente Daniela Traldi e, tra gli altri, la duchessa Gaetani d'Aragona, la principessa Odescalchi, il professor Chiariello, il cardiochirurgo che ha operato Scarpitta. «Trecentocinquanta invitati, quaranta persone sedute al tavolo imperiale, gli altri sistemati intorno in tavoli da dodici. Pietanze kosher per gli ospiti d'Israele», si vantava la Traldi. Il brindisi finale ha inebriato. Nonostante i tagli al Fus.