Quel delirio rosso duro da estirpare

diFRANCESCO PERFETTI Le cifre sono quelle di una vera e propria guerra. Durante i cosiddetti "anni di piombo" le vittime del terrorismo in Italia, tra morti e feriti, hanno superato il migliaio. Sono state immolate sull'altare di una ideologia totalizzante cui si erano votati individui che perseguivano il programma rivoluzionario con l'ambizione di porsi come "purificatori del mondo" o "angeli sterminatori". Le Brigate Rosse sono state le grandi protagoniste di questo bagno di sangue. Nate da uno "scisma" ai danni del Partito comunista italiano hanno operato come una "setta religiosa" guidata da una fede incrollabile nella necessità di lavare con il sangue i peccati del capitalismo per costruire una società nuova. Per comprendere davvero l'essenza del fenomeno brigatista è necessario coglierne proprio le variabili e le valenze di natura ideologico-politica. È proprio questo l'assunto dal quale muove il denso e bel saggio di Alessandro Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario (Rubbettino editore, pp. 460, Euro 24) al quale è stato meritatamente attribuito il Premio Acqui Storia, il più autorevole riconoscimento dedicato alla saggistica storico-politica. Il lavoro, frutto di una accurata ricerca archivistica e documentaria e di una riflessione condotta utilizzando un approccio interdisciplinare, non si limita alla pura ricostruzione dei fatti di sangue che interessarono tragicamente il nostro paese ma cerca di penetrare nella mentalità dei brigatisti, di cogliere l'essenza e le motivazioni del loro fanatismo religioso e del loro catastrofismo radicale. Si scopre, così, che alle spalle dei brigatisti c'è una lunghissima storia la quale, in maniera consapevole o inconsapevole, affonda le sue radici lontano nel tempo. Appartengono a questa storia tutti coloro che credono nella possibilità dell'avvento di un regno felice della fine dei tempi. È una grande famiglia di utopisti, accomunati dalla fede nello gnosticismo rivoluzionario. Una famiglia che comprende, quanto meno nel ruolo di maestri o cattivi maestri, predecessori illustri come Thomas Müntzer e Giovanni di Leida, i puritani inglesi, i giacobini francesi da Robespierre a Babeuf per giungere fino a Marx e ad Engels e poi, ancora, al terrorismo di Stato di Lenin e al gulag di Stalin, alla rivoluzione maoista e a quella cambogiana. C'è un atteggiamento mentale, tipico del terrorista di tutti i tempi e di tutti i paesi, che percorre tutta la storia del mondo occidentale e che è sempre pronto a risorgere. Esso si fonda sulla convinzione che soltanto una piccola schiera di eletti sia in grado di purificare il mondo e liberarlo dal male. Con tutti i mezzi e senza pietà perché solo così è possibile fare una "pulizia sociale". Ecco quindi la lotta implacabile e sanguinosa decretata da Lenin contro i nemici del potere sovietico definiti da Lenin "sanguisughe" e "ragni velenosi". Ecco, ancora, negli anni della rivoluzione bolscevica, le uccisioni a freddo di uomini e donne, anziani e bambini colpevoli solo di appartenere alla "classe sbagliata" o alla "nazionalità sbagliata" e di essere, per ciò stesso, elementi "infetti" o "contaminati" da eliminare per salvaguardare la purezza del progetto rivoluzionario. Le Brigate Rosse si inseriscono a pieno titolo in questo filone radicale che crede possibile edificare una "società dei giusti" e ritiene, a tal fine, ineluttabile la violenza rivoluzionaria. Lo dimostrano, senza possibilità di dubbio, i documenti elaborati dai brigatisti e lo confermano le loro dichiarazioni e i loro testi memorialisti, analizzati con acribia filologica da Orsini. Come movimento politico, le Brigate Rosse, nate da una costola del Partito comunista italiano, fanno la loro apparizione in una Italia che si è ormai trasformata da paese in prevalenza agricolo a paese industrializzato, uno dei più importanti paesi industrializzati del mondo, attraverso un processo rapido e impetuoso che ha comportato sradicamenti sociali e culturali. I percorsi e le motivazioni individuali delle persone destinate a finire nell'universo brigatista sono simili. Renato Curcio scrive nel 1969: "Noi siamo profondamente segnati da una vita sociale alienata". E aggiunge nel 1971: "La feccia della società è l'avanguardia della rivoluzione". Valerio Morucci confessa: "Dopo un po' di vita raminga, comoda, perché un po' di soldi che non servivano più a niente li avevo, ero arrivato ad avere vergogna di me stesso. Il mondo continuava ad essere uno schifo. (…) Non potevo restare indifferente". L'identikit del brigatista, dal saggio di Orsini - un saggio non soltanto bello e leggibile, ma anche importante - emerge in maniera netta: il brigatista è "un uomo perduto in partenza", assorbito da una sola passione, la rivoluzione, e ossessionato da un solo obiettivo, la distruzione del mondo attuale per crearne uno nuovo. Le sue idee non hanno nulla a che fare con il romanticismo e, a ben vedere, neppure con l'odio o con il desiderio di vendetta personale. Sono frutto di una "passione rivoluzionaria" tanto forte da diventare una sua seconda natura.