Se questo mondo è pieno di assassini

.In una realtà dall'apparenza banale e sciatta, basta scrostare un po' la patina per sprofondare in abissi di raffinata malvagità. È l'ambientazione di «Donne e altri animali feroci» di Manila Benedetto (Coniglio Editore). Il libretto si legge tutto di un fiato (e non solo perché è fatto di 59 pagine). Sono mini-storie come flash accecanti, uno stile incisivo, genere dark-surrealista, racconti visionari, con risvolti e colpi di scena per nulla scontati. Un bestiario di donne assassine ma anche di animali e perfino oggetti feroci: creature che hanno bandito dentro di loro, qualsiasi rigurgito di pietà. Uccidere per il semplice gusto di uccidere. Uccidere è un imperativo categorico, è giustizia sommaria, è pulizia di ingiustizie subite e perpetrate. A differenza però di quegli assassini che muovono a pietà il lettore, per via di qualche strano gioco del destino che li ha resi vittime, a loro volta, di un disegno criminale, i personaggi malvagi della Benedetto inquietano e creano un senso di malessere. La stessa inquietudine che si avverte davanti a certi protagonisti dei romanzi del giapponese Murakami Haruki. Figure apparentemente limpide che, all'improvviso, come in stato di trance si scoprono nella loro essenza perversa. Al cospetto di questi assassini senza un perché, che stringono un fazzoletto intorno a un collo e non la smettono più come se fossero prigionieri di una malìa, a noi lettori ci sembra di sprofondare in un baratro. Dentro il quale s'inabissano le sicurezze ma dal quale dopo lo sbandamento, si risale con una nuova visione delle cose. Quella vera. La più bella, tra le cattive della Benedetto, è la giustiziera dell'edicolante Ricotti. Ama le tenebre e una collinetta infestata da cani assetati di sangue e ammette: «Sono un'assassina». Sottolineando, però, che preferisce uccidere gli uomini ma mai gli animali. E meno che mai i cani feroci. In una notte da brividi si trova nella sua macchina, lassù sulla collina, ad ascoltare musica. Ed ecco comparirle davanti al finestrino dell'auto il volto di Ricotti. Lui le fa capire che ha ammazzato un cane. Lei decide, allora che devo farlo fuori. Non ha diritto d'esistere. Ma non si sporca le mani. Semplicemente lo lascia lì ad agonizzare quando il branco lo punisce per la morte del compagno. Catartico.