Albertazzi in scena reinventa l'India

Sublime traghettatore dei classici e del loro eterno sentire, Giorgio Albertazzi presta volentieri il suo carisma alla promozione dei contemporanei, come accade in questo nuovo spettacolo che lo coinvolge in prima nazionale da stasera al 16 maggio all'India: «La casa di Ramallah», scritto da Antonio Tarantino, recentemente premiato con l'Ubu come miglior spettacolo per il suo «Quattro atti profani», allestito da Valter Malosti. La straziante attualità delle questioni poste dall'estremismo islamico e dalla sue manifestazioni terroristiche è il tema di un lavoro che ricostruisce gli ultimi momenti di vita di una giovane donna kamikaze, immaginando che possa rivolgere uno speciale messaggio ai suoi genitori e al mondo, dopo essersi fatta esplodere. La scrittura metafisica e ricca di suggestioni dell'autore si mette al servizio delle magnetiche personalità di un mattatore con il dono della più generosa duttilità e dell'interprete napoletana Marina Confalone, a cui si affianca Deniz Ozdovgan, in un impianto scenico appositamente concepito dal regista Antonio Calenda. Un'inquietante deviazione dal realismo permette di fermare il tempo e di trasgredire ogni cronologia per dare spazio a un dialogo che non sarebbe mai potuto avvenire e che soltanto la magia eversiva e catartica del teatro può realizzare. Si sviluppa così un viaggio metafisico attraverso la Palestina martoriata: un padre e una madre sembrano trascorrere le ultime loro ore con la figlia Myriam, percorrendo la strada che li conduce dove si compirà il suo destino di kamikaze. Il treno su cui i tre viaggiano annulla la distanza di pensiero fra la nostra realtà e quella del mondo arabo. La conversazione irragionevole, eppure toccante, fra i tre, si rivela fitta, dolente, piena di illusioni e fanatismi, ma anche intrisa di verità del cuore, incatenando l'attenzione del pubblico, forse sconvolto da genitori che arrivano ad accondiscendere a una simile scelta. Le immagini a cui quotidianamente si assiste dal televisore acquistano qui una valenza differente perché il linguaggio teatrale le sintetizza in tutta la loro potenza drammatica, arrivando a ferire l'interlocutore con una violenza che non può essere edulcorata dalla lontananza geografica e dall'impersonalità di uno strumento mediatico, peraltro spesso molto impreciso e omologante. La parola recitata asseconda l'energia straripante e ossessiva dell'autore, rispettando le sue intenzioni più sincere e profonde, avvalendosi pure della sferzante e partecipe lettura registica di Calenda, che con questa messinscena prosegue il suo meritorio e vincente percorso dedicato ai testi contemporanei italiani. E risulterà inedito quanto appassionante individuare la dinamica scenica con cui Albertazzi riuscirà a misurarsi con il complesso ruolo di un padre che non combatte per garantire un avvenire a sua figlia, ribaltando ogni consueta aspettativa e dimostrandosi convincente nella sua traumatica e distruttiva presa di posizione che però risponde a una specifica cultura e mentalità con cui bisogna imparare a fare i conti. Una prova diversa per un attore che non conosce noia e stanchezza, muovendosi intrepido ed entusiasta in ogni nuova avventura nella consapevolezza di recare un contributo prezioso e ineguagliabile a ogni ulteriore vicenda scenica. Partecipano attivamente al confronto Marina Confalone, nei panni delicati e sofferenti della madre, e Deniz Ozdovgan che si ritaglia la parte di una protagonista postuma, bramosa di chiarire e giustificare il suo gesto.