Addio a Nicola Arigliano Crooner re dell'autoironia

«Salutame 'a soreta» era il modo con cui Nicola (che per l'occasione voleva essere chiamato Pasquale) apostrofava gli amici e tutti coloro che lo seguivano da anni. Un modo come un altro per manifestare affetto. I suoi numerosissimi amici e sostenitori. Nicola Arigliano li ha lasciati definitivamente ieri. Aveva 86 anni e da quattro era tornato in Puglia dalle sue parti. Colpito da un grave ictus, ha trascorso questo tempo in un centro specializzato a Calimera, in provincia di Lecce. Proprio da lì, esattamente da Squinzano, era partito alla fine della guerra, in cerca di fortuna come artista ma disposto a fare tutti i mestieri. Li fece tutti, compresi quelli più improbabili (fattorino, guardiano notturno, panettiere, impiegato del catasto) ma sempre con l'idea, di sfondare prima o poi nel mondo dello spettacolo. La gavetta fu lunghissima, fortunatamente con qualche colpo di fortuna, come capitò nel 1952, allorchè riuscì a destare l'attenzione di Marshall Brown, un critico musicale americano che dopo averlo ascoltato lo invitò al Festival Jazz di Newport. Ma Arigliano è sempre stato zingaro nel cuore e il suo nomadismo stilistico non lo ha certo aiutato. Nemmeno nel jazz. Partito come contrabbassista e sassofonista, del genere afro-americano ha subito carpito lo swing, elemento essenziale. Il vocalismo jazz ha avuto in lui il vero alfiere e tutte le volte che si parla dell'influenza che il "jazz singing" ha esercitato da sempre sulla produzione leggera si dovrebbe fare riferimento ad Arigliano e al suo inconfondibile modo interpretativo. Sarebbe stata però la musica leggera a regalargli successo e popolarità. Brani come "I sing ammore", "Sentimentale", "Amorevole", "My wonderful bambina", "Arrivederci" e molti altri lo collocarono nelle hit parade e nel novero degli artisti più popolari. Spesso il suo nome veniva affiancato a quello di Frank Sinatra, anche se in realtà la sua timbrica e tutto il suo stile riconduceva a Nat King Cole e ancor di più a Billy Eckstine, il suo cantante preferito. Per tutti gli anni Sessanta rimase un beniamino del pubblico, conteso da festival e night club, televisione e cinema, perfino dalla pubblicità, che lo volle per anni testimonial di un famoso digestivo. Lascia Milano per l'Emilia e nel 1968 si stabilisce a Magliano Sabina. Per anni nessuno avrà più sue notizie. Alla fine degli anni Ottanta rientra dalla porta del jazz. Fu Mario Schiano, sassofonista-organizzatore, a volerlo in un paio di festival e da lì la stima di validi jazzisti, fra tutti Antonello Vannucchi, Gegè Munari e in tempi più recenti Elio Tatti. Con gli anni Novanta il suo stile e il suo tipico modo di presentarsi sul palco lo consacrano come fenomeno di culto. La sua agenda si infittisce all'inverosimile e i suoi concerti in quartetto, prevalentemente a carattere jazzistico, lo portano ovunque, compresa una storica ospitata al Festival di Sanremo del 2004. Una carriera lunga e luminosa, costellata da successi e silenzi, super-attività e pause di riflessione, punteggiata da colpi di testa, errori, impuntature, manie(proverbiale quella di mangiare aglio a tutte le ore del giorno). Nel mondo dello spettacolo è opinione comune che se avesse avuto più "testa" avrebbe raccolto un successo ben più vasto. Esistono validissime prove per non dubitarne. Certo, ma non sarebbe stato il Nicola che abbiamo conosciuto. E nemmeno Pasquale.