De Sica: "Quella gente amorale che non sa più sognare"

Con «Il figlio più piccolo», il regista Pupi Avati ha chiuso la sua trilogia sui padri. Dopo «La cena per farli conoscere» (dove Abatantuono era un genitore assente e «Il papà di Giovanna» dove Silvio Orlando era invece un padre troppo presente), stavolta il regista bolognese ha trasformato Christian De Sica in un padre infame. Nel suo primo ruolo drammatico, l'attore rappresenta di sicuro il più indecente e cinico di tutti gli altri. De Sica interpreta Luciano, immobiliarista romano senza scrupoli che lascia casa e figli, vendendo due appartamenti della moglie per crearsi un impero economico e societario. E mentre fallisce intesta la società al figlio piccolo (il bravo esordiente Nicola Nocella) per scaricare su di lui tutte le pendenze fallimentari. Il film, presentato in anteprima all'Embassy, è girato tra Frascati, l'hinterland laziale e Bologna ed è atteso in 300 sale dal 19 febbraio. De Sica, suo padre Vittorio sarebbe contento di vederla in questo ruolo? «Penso di sì. Anche perché Avati ricorda mio padre per la sua capacità di dirigere gli attori e per il modo di affrontare argomenti importanti e difficili sempre con mano leggera. Avevo già lavorato con Pupi nel 1976 in "Bordella": all'epoca lui sembrava Guccini e io pesavo 100 chili. Poi sono diventato un comico e lui un grande maestro. Lavorare di nuovo con Avati è stata per me una grande occasione, dopo aver fatto 26 cinepanettoni, che non rinnego e che mi hanno dato fama e soldi. I registi però pensano di me che sono solo un comicarolo e non un attore».   Ha incontrato tanti imbroglioni come il suo personaggio? «Ne è pieno il mondo. A Roma sembra ce ne siano di più perché, essendo la Capitale, è più affollata di soggetti di ogni tipo. E di affari da scovare, più o meno loschi, ce ne sono molti. Al cinema gli imbroglioni sono solo ladri di polli. Mentre a me e mia moglie è capitato di comprare una casa all'asta qualche anno fa, ma era tutta una truffa e abbiamo perso casa e soldi, però l'imbroglione è andato in galera».   Il film sembra attingere dalla cronaca... «Il protagonista è un immobiliarista romano come ce ne sono tanti, spregiudicato e cinico, senza scrupoli. Capace di tutto, persino di mettere nei guai suo figlio pur di salvarsi la pelle. Ma nella sua amoralità è anche umano: si commuove raccontando al figlio quanto ha patito per raggiungere i suoi successi, anche con metodi sporchi. E quando uscirà dal carcere si rivelerà un uomo tenero e profondo». Questo ruolo segna una svolta nella sua carriera? «Sì, ma non rinuncio ai film di Natale con Aurelio De Laurentiis e Neri Parenti. Certo, invecchiando, farò ruoli più drammatici. Ma grazie ai cinepanettoni io ho scritto un libro con Mondadori, ho cantato Gershwin a teatro, ho fatto un disco e ora, se tutto va bene, andrò pure a Sanremo». Lei ha classe, eleganza e toni che ricordano le commedie di Tognazzi e Sordi, non la imbarazza dire parolacce al cinema? «No, nel dialetto romano le parolacce si dicono, ma sono poche le persone come me che sanno dirle senza volgarità».