La vendetta di Chesterton Il paradosso sale in cattedra

«Uomovivo»di G. K. Chesterton (libro del 1912, da poco ritradotto da Morganti Editori) cattura e innamora per l'enormità carnale e paradossale del suo protagonista Innocent Smith, una specie di Falstaff più libero e lieto, estremamente sciolto nel suo fisico debordante, capace come pochi personaggi del romanzo moderno di risvegliare in noi il senso sacro dell'allegria, l'esultanza degli attimi in cui il cuore "levita", le vibrazioni di quella leggerezza che è forse la forma più alta della grazia. Tutto, in lui, è un inno al movimento, cioè alla vita, e nel corso del libro i suoi viaggi qua e là per il mondo hanno l'andamento a zigzag delle farfalle, l'irregolarità rapinosa di certi assoli di jazz, la velocità onirica delle comiche del muto. Dapprima, affascinati da questa esuberanza, ci limitiamo ad assaporarla nello scoppiettio delle sue scintille. Solo pian piano, attraverso una serie di lenti curve o di specchi deformanti con cui l'autore ci avvicina e allontana il suo personaggio, ce lo offre e sottrae fra mascherate, trappole e balletti, riusciamo a mettere a fuoco la sua autentica fisionomia: quella di un cristiano dei tempi nuovi, di un intrepido cercatore di verità. Poco importa che aspirare alla verità sia il più improbo dei compiti in una società inamidata in false certezze; Innocent non può rinunciare alla propria "quête" perché ha capito che in gioco, in questa età cosiddetta moderna, è il senso stesso, primario del nostro essere uomini, cioè creature vive e dotate d'anima, non marionette o fantocci o larve. Filosofo della scuola ideale di Francesco d'Assisi, egli sa che il nocciolo di ogni rapporto religioso col creato è il sentimento dello stupore e della gratitudine per gli infiniti doni di Dio, e crede che, per salvare questo sentimento in un mondo che fa di tutto per soffocarlo, dobbiamo rimetterci senza tregua in cammino: gettarci nella mischia, cambiare i nostri punti di vista, farci avventurieri dei giorni. La sua "rivoluzione" non ha niente di politico; si avvicina allo spirito più festoso, fanciullesco, giullaresco della poesia. Cambiare, infatti, non significa per lui calcolare equilibri o cercare compromessi ma esaltare, far fiorire, innalzare i calici alla gioia, danzare con le cose e i momenti. Votato a cogliere la magia dell'universo, Innocent è certo che si può - o meglio, si deve - giocare con tutto, perfino con la morte, perché la vita sia glorificata, perché gli uomini possano tornare a testimoniarne la bellezza, la luce, l'incanto. Ma questo è davvero troppo per una società imbalsamata nei luoghi comuni: così egli deve subire un processo - un lungo, tortuoso e mirabolante processo nel quale Chesterton mette in campo tutta la sua abilità di architetto di plot polizieschi, tutto il suo estro (tanto apprezzato da Borges) d'inventore di scene strambe, eccentriche, rocambolesche. Benché assolto, alla fine Innocent si eclissa d'improvviso dalla vista degli altri… Forse, ci sussurra Chesterton fra le righe, la verità ultima della leggerezza consiste nel suo sottrarsi, nel suo balenare come segno di ciò che nulla può trattenere ma il cui riverbero resiste come la luce del sole dopo il tramonto, come l'aureola di un sortilegio, di una speranza, di una poesia che non può, che non potrà morire.