Il tesoro dei servizi segreti fu rubato dal suo custode

Qual era la consistenza dei fondi del SIM (Servizio Informazioni Militare) il 18 agosto 1943, al momento del passaggio delle consegne tra il generale di Brigata Cesare Amé e il generale di Corpo d'Armata Giacomo Carboni? Da più di sessant'anni, gli autori che si sono occupati di questo argomento hanno dato le risposte le più diverse - in mancanza di un riscontro documentale - con una sopravvalutazione o sottovalutazione delle disponibilità finanziarie del SIM, in un momento cruciale dei 45 giorni del governo Badoglio, alla vigilia dell'armistizio con gli Alleati e con i Tedeschi sul piede di guerra. Va precisato, preliminarmente, che i fondi erano due: il primo, di proprietà dello Stato, formato dalle assegnazioni per l'esercizio delle attività del Servizio; il secondo, o "patrimonio di proprietà" del SIM (cassaforte Bonsignore), proveniente da attività speciali esplicate in attività di guerra: agenti in servizio di doppio gioco, aviolanci intercettati per sostenere i partigiani in Iugoslavia e i sabotatori sui fronti di guerra, confisca di beni disposti dall'autorità giudiziaria.(...) I rapporti tra Amé e Carboni non si potevano certo definire cordiali(...) Il capitano Fernando Pouget, che comandava il reparto radiointercettazione, puntualizza: "In una disposizione riservata per tutti gli ufficiali di Forte Braschi fu detto che da quel momento il generale Carboni non aveva più accesso al Forte e che doveva essere trattenuto in parlatorio "come un borghese qualunque, anche se in divisa".(...) Giacomo Carboni, nel libro Memorie segrete 1935-1948. Più che il dovere (Firenze, Parenti, 1955), è sbrigativo in fatto di fondi e di denaro, in una annotazione relativa alla convulsa giornata del 9 settembre 1943, con i combattimenti a Roma già in corso tra Tedeschi e truppe italiane: "Lasciai quindi il comando e mi recai al SIM per dare istruzioni e direttive. Ritirai, intatto, dalle mie casseforti tutti i documenti e il poco denaro custoditivi; potevano essere utili ed era bene evitare che corressero il rischio di cadere in mani tedesche. Poi mi avviai a Tivoli, per la strada nazionale diretta". Paolo Monelli, nel suo Roma 1943, che ha conosciuto varie edizioni, rivedute e accresciute, è molto severo sul conto di Carboni, che abbandonò al loro destino le Divisioni che gli erano state affidate. Sull'argomento, Monelli scrive: "Nella macchina aveva fatto mettere alcuni fucili mitragliatori ed una valigetta gonfia di valute estere e d'oro e documenti riservati che era passato a prendere al SIM". Approssimativi anche i calcoli di Melton S. Davis in Chi difende Roma? (Milano, Rizzoli, 1973): "Tornato al SIM, Carboni vuotò la cassaforte e cacciò in una valigetta un migliaio di sterline, una somma in lire equivalente a 130.000 dollari e tutti i preziosi su cui riuscì a mettere le mani". Renzo Trionferà (Valzer di Marescialli, Novara, Editoriale Nuova, 1979), azzarda un calcolo di ciò che prelevò Carboni ancora più consistente: "Entrò nel suo studio, aprì la cassaforte e "prese documenti". Il generale Amé aveva lasciato in quel forziere gioielli di ingente valore sequestrati a spie nel corso della guerra e valute pregiate. Nell'insieme un bottino del valore di oltre un miliardo di lire di oggi. Non si trovò mai più. Nel dopoguerra, la non troppo misteriosa scomparsa fu oggetto di una inchiesta affidata al generale Maravigna. L'esito è sempre rimasto segreto.(...) Il fascicolo, dicono, s'è addirittura dissolto negli archivi della Difesa".(...) Carboni, nel suo libro di memorie, parla di "poco denaro" custodito nelle casseforti del SIM. Non era vero. Le assegnazioni di bilancio, per l'esercizio finanziario 1° luglio 1943-30 giugno 1944, ammontavano a 78 milioni (milioni dell'epoca, beninteso), inclusi 12 milioni erogati, su una base di reciprocità, per il controspionaggio tedesco operante in Italia. Pur mettendo nel conto che, all'8 settembre 1943, non tutti i 66 milioni di lire (78 meno 12 erogati per il C.S. tedesco) erano stati prelevati, i fondi disponibili dovevano essere molto consistenti.(...) Un calcolo (per difetto) portava alla conclusione che il tutto ammontava a oltre 17 milioni di lire. Quanto alla valuta estera e all'oro, i dollari erano 14.961, i franchi svizzeri 260.701, i franchi francesi 3.044.457, gli escudos portoghesi 89.900, le pesetas spagnole 165.911: di poco valore le altre valute (corone danesi e svedesi, dracme greche, kune croate, perfino lire siriane).(...) Nei due verbali non venne fatto cenno di sette lingotti di platino purissimo, di un chilo l'uno, custoditi nella cassaforte Bonsignore. La loro giacenza era nota a due sole persone: il generale Amé e il Maggiore dei Carabinieri Eugenio Piccardo, capo-centro del controspionaggio in Svizzera.