Nerone delle meraviglie

Il segno del potere è anche un sogno. Una fantasticheria nella quale cullarsi, e cullare gli ospiti. «Maraviglia» nel barocco, mollezza nei regni d'Asia. Il castello di Ludwig di Baviera, un'apparizione tra le brume. O il Canopo di Adriano per Antinoo, a Tivoli. Adesso c'è un altro posto. La sala da pranzo di Nerone. Scoperta per caso sul Palatino, il colle più nobile e più in pericolo di Roma. Una struttura mai vista, dice il sovrintendente archeologico della Capitale, Bottini. Non se l'aspettava, anche se aveva sollecitato lui lo scavo nel terreno della Vigna Barberini, un declivio a rischio smottamento, che andava consolidato. Si scava, ecco spuntare un rudere. Si scava ancora, giù fino a dieci metri. Si trova un torrione col diametro di quattro metri, un sistema di doppi archi a raggiera. «Una costruzione che a prima vista non rivelava una funzione precisa», spiega Bottini. Poi si fa largo una plausibilissima ipotesi. «Crediamo che sul pilone si poggiasse una piattaforma circolare di legno, capace di girare come un mulino. Insomma, una specie di giostra con un meccanismo ad acqua. Che sosteneva una sala di 16 metri di diametro, un gazebo ante litteram». È la «coenatio rotunda» della quale parla Svetonio, lo storico-cronista dell'impero dei Claudii. Girava su se stessa fino a 360 gradi, seguendo il cammino del sole, simbologia cara al figlio di Agrippina. Affacciata sulla terrazza naturale del colle. Mozzafiato la vista: sotto - dove i Flavii vollero il popolarissimo Colosseo - c'era il lago. E tutt'intorno grandi palazzi, boschetti popolati da animali, vigneti, padiglioni per la musica e i ricevimenti, coi soffitti d'avorio dal quale cadevano sui commensali petali di fiori. Insomma la Domus Aurea. Il sogno di magnificenza Nerone, salito sul trono fanciullo, fatto suicidare a 31 anni, dopo 13 di regno. «La Domus Aurea non era confinata sul Colle Oppio - ricorda il professor Romolo Staccioli, già professore alla Sapienza e fondatore dell'Archeoclub - Era una cittadella della bellezza, che s'allargava al Palatino e ad altri colli. Nerone aveva preso a modello il palazzo reale di Alessandria. E tanto si era estesa, la sua residenza, che girava una "pasquinata" tra il popolo: "Roma ormai è una sola grande casa. Emigrate a Veio, o quiriti, se pure questa casa non arriverà lì". Preveggenti, senato e popolo romano: Veio era l'attuale Formello, dove tanti capitolini sono andati ad abitare». Si continuerà a scavare, grazie ai fondi speciali scaturiti dal commissariamento dei Fori imperiali. Duecentomila euro a disposizione, per avere la conferma che è questa la «sala da pranzo» «rotunda», finora erroneamente localizzata nella sala ottagonale del Colle Oppio. «Diventerà elemento di attrattiva per nuovi percorsi espositivi. Pensiamo al futuro», prospetta Bottini. Ma è un tassello che definisce meglio la figura di Nerone, questo «gazebo» per i triclinii e gli arrosti di salvaggina cari ai romani. Ad Anzio, la città dove nacque nel 37, in una mostra in corso un bronzetto lo presenta giovane scattante, in leggera corazza da guerra. Ma Nerone non fu guerriero, piuttosto delegò al generale Domizio Corbulone la campagna più fortunata del suo regno, quella contro i Parti, che fruttò a Roma la colonia dell'Armenia. Era incline alle feste, alle celebrazioni, l'imperatore. Così più che la battaglia preferì la cerimonia per Tigrane, l'armeno che incoronò re al Teatro Marcello. Ai romani diede 14 anni di pace e appena eletto, sedicenne, elargì 400 sesterzi ai cittadini. Panem et circenses, per questo era amato. E la storia dell'incendio di Roma? E la carneficina dei cristiani? La cose stanno così. La città in fiamme non fu suo dolo. È invece vero che nulla fece per ricostruire dove il fuoco aveva distrutto. Proprio quell'immenso spazio, quel ground zero del primo secolo dopo Cristo, gli servì per la Domus Aurea. E però, a sventare agli disastri, abbozzò una sorta di nuovo piano regolatore: strade larghe, case in laterizi al posto di quelle in legno, portici finanziati a sue spese. Coi battezzati invece uscì fuori la machiavellica perfidia. Scaricò su di loro l'accusa rivolta a lui, di aver incendiato la caput mundi. E ne fece carneficina. Il resto è l'assassinio della madre Agrippina, con la scusa che ella tramava contro di lui. E ancora, il balletto delle spose: Ottavia, la sposa bambina (aveva dodici anni) che ripudiò per unirsi a Poppea. E questa che morì mentr'era gravida (le diede un calcio, si dice) e fu sostituita con Messalina. Il suo precettore, il filosofo Seneca, non gli aveva insegnato la temperanza. Una congiura lo indusse al suicidio, nel giugno del 68 dopo Cristo. S'era goduto la Domus Aurea una manciata di mesi. E fu tra i pochi imperatori a non essere divinizzato. Anzi, i Flavii ne decretarono la damnatio memoriae.