«Anime morte» n. 2 A Roma il giallo dell'originale bruciato

«ARoma l'uomo è più vicino al cielo» era un'altra sua affermazione e la Russia ha voluto celebrare questa fascinazione nel bicentenario della sua nascita: con mostre e, spettacoli. Estasiato dal clima solare e dalla verità di Trastevere, Gogol considerava Roma il luogo della sua felicità personale e creativa, pausa di serenità per la sua natura tormentata. Nel suo racconto «Roma» un popolano vorrebbe essere preso per il naso da Satana e volare dal Collegio Romano alla «barcaccia», trasformando l'interesse per un'umanità reietta in un sarcasmo letterario vicino allo spirito romano, così sagace nel cogliere vizi, tic, ossessioni altrui. Abitò anche in Via Capo Le Case, come testimonia ancora una targa, e frequentò aristocratici russi e pittori, nutrendo il sogno di fondare un'Accademia russa e regalando ai posteri una delle ultime idee estetiche della città. Realizzò acquerelli di vedute romane, purtroppo dispersi, ma soprattutto compose «Le anime morte”, uscito nel 1842. A illuminare il mistero sul secondo volume del romanzo contribuirà, il 1 ottobre, il professor Jurij Mann, introdotto da Edo Bellingeri, direttore del dipartimento di Beni Culturali, Musica e Spettacolo dell'Università di Tor Vergata. «Insoddisfatto dell'immagine negativa della società russa già fornita - dice - avrebbe voluto offrirne una versione in positivo, ma la vena letteraria si era inaridita e la vocazione religiosa lo induceva a considerare la scrittura profana, se non finalizzata a scopi edificanti. Pochi giorni prima di morire, fra digiuni mistici maniacali, bruciò il manoscritto nella stufa e poi disse di essersene pentito. Si dubita anche che lo abbia mai elaborato e non ci sono prove documentate per interpretare simile comportamento, se non prendere coscienza delle sue contraddizioni».