Quel vangelo del male alla Magliana

Raccontarsia teatro dopo aver vissuto esperienze fuori dal comune che segnano un destino e possono servire di monito per le nuove generazioni è l'intenzione di Renzo Danesi, appartenuto alla banda della Magliana e detenuto in semilibertà nel carcere romano di Rebibbia, pronto a misurarsi con il palcoscenico grazie alla Compagnia Teatro Stabile Assai che dal 1982 opera nel contesto penitenziario. Lo spettacolo «Roma, la capitale», in scena stasera alle 21 al Brancaccio in unica replica con la regia di Caterina Venturini, offre uno spaccato degli anni Settanta fra criminalità e terrorismo con una scrittura drammaturgica di stampo pasoliniano, elaborata da Antonio Turco e Sandra Vitolo, che vede il contributo di Danesi come coautore. Ragazzi perbene e batterie della Magliana si incontrano in quadri scenici che alternano canzoni di Gabriella Ferri quasi inedite a brani e sonorità dell'epoca. Il pubblico dal vivo sarà il destinatario privilegiato della confessione di chi, come Danesi, vuole condividere e commentare il suo passato per consigliare agli altri una vita diversa e garantire a se stesso una svolta liberatoria e rasserenante. Il teatro è stato una scoperta avvenuta in carcere? Da adolescente, a 13 anni, avevo recitato al Festival dei Due Mondi di Spoleto nello spettacolo "La zattera della medusa", poi replicato al Teatro dei Servi. Fu un primo contatto, ma poi la vita mi ha portato in ben altra direzione e non ci ho mai più pensato. Adesso ho la possibilità di vivere sul palcoscenico un'esistenza insolita di me stesso e, infatti, ho avuto la possibilità di lavorare in diversi spettacoli, fra cui "Il canto di Natale", e ora qui ho collaborato anche come autore. Cosa vuole comunicare alla platea? Ricordo la Roma degli anni Settanta e Ottanta nelle sue atmosfere pasoliniane, fra le epopee del terrorismo e della malavita. C'è però un messaggio importante e positivo che consiste nello scoraggiare i giovani di oggi dal lasciarsi afferrare dai condizionamenti e dalle trame oscure in cui siamo caduti noi alla loro età. Come si agiva nella banda della Magliana? Eravamo un gruppo di ragazzi e a un certo punto è subentrata un'esaltazione collettiva verso il male. Abbiamo praticamente rivoluzionato il sistema criminale che prima era quasi artigianale. Siamo stati ribelli che hanno dettato un vangelo nuovo rispetto alla moralità dell'epoca. Certo, col senno di poi, non ripercorrerei mai quella strada. La reclusione ha mutato la sua visione del mondo? Completamente. Sono stato in carcere dal 1992 e nel tempo ho capito che posso vivere ed essere molto felice, accanto alla persona che amo, senza bisogno di rincorrere il benessere economico a tutti i costi. Le scelte che ho imparato a guardare come futuro ora finalmente le sto vivendo. Mi mancano cinque anni, ma fra un anno e mezzo posso ottenere un ulteriore scatto per una quasi libertà, sia pure con vincoli d'orario. Quando recita si emoziona? E' una sensazione immensa e davvero eccessiva sapere che sto davanti a un pubblico dal vivo, a gente normale venuta apposta per vedermi. Credevo di avere difficoltà con la memoria, ma quando sei lì sopra è come una magia: riesco a improvvisare e mi sento benissimo. Non voglio passare per il De Niro della situazione, ma ho scoperto che posso dimostrarmi un protagonista senza commettere azioni negative. Mi sono misurato con successo anche con il reality show. Attirare l'attenzione così è un fatto meraviglioso che mi rende tranquillo e soddisfatto. Vorrei proprio recitare tutte le sere.