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L'"Amleto" di Carriglio grande lezioni di umanità

Dipinta è la scena dalla precisa e mobilissima regia di luci (Gigi Saccomandi), sostenuta dalla funzione narrativa della musica (Matteo D'Amico) e nella carrigliesca scelta di pochi elementi mobili e grandi. Dipinti i costumi degli attori, disegnati dallo stesso regista che sceglie antiche figure cinesi, ottenendo grazia ed esotismo per il testo icona del potere; e dipinta la figura dei personaggi, tutti «prevedibili» come devono esserlo gli attori di un testo stranoto, e tutti bravissimi come chi ridà vita a un capolavoro.

La sua regia del testo principe di Shakespeare nella bella traduzione di Alessandro Serpieri riesce a tenere insieme e plaudenti i sofisticati filologi che confrontano le edizioni e le regie nei decenni e il rumoroso pubblico di ragazzi, notabili e donne clamorose di Palermo. Quattro ore durante le quali Galatea Ranzi, Luciano Roman, Nello Mascia e Luca Lazzareschi nei ruoli principali assolvono bene al compito di ridare corpo ai fantasmi attualissimi di Amleto, e, va sottolineato, alla figura del Re, tragica maschera di un potere privo di senso religioso.

Carriglio dipinge Amleto con una freschezza, un rilievo quasi da disperazione ragazza (come nella intensa scena con la regina madre) e ai personaggi di re e regina la sua pennellata conferisce una umanità «comune» per quanto paludata dai vestimenti del potere. Come dire che i conti aperti con la paternità, con il vuoto di potere, con il rimorso e con la vera fertilità della vita sono ancora tanti, e forse di più di allora.

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