Ecco il Michelangelo ritrovato Lo Stato lo ha pagato 3 milioni

Un piccolo martire nel legno lucido di tiglio. Racchiuso in una teca di cristallo. La croce non c'è e allora pare più larga l'arcata delle braccia. La testa è più che reclinata, più che abbandonata. S'incassa nel torace, tremendamente pesante, tremendamente assente. La sala è quella della Regina, Camera dei Deputati. Il Cristo è il recente acquisto dello Stato, che ha pagato 3 milioni e 250 mila euro all'antiquario torinese Giancarlo Gallino per comprare l'opera - destinata a un inginocchiatoio, a una preghiera in casa, individuale - che molti studiosi, a partire da Federico Zeri, ritengono essere opera giovanile di Michelangelo. Stamattina la levigata, delicata, emozionante scultura farà il suo debutto pubblico, nella mostra «Michelangelo giovane, il Crocifisso ritrovato» che il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi, inaugureranno. Nel pomeriggio l'esposizione verrà aperta ai visitatori. E durerà un mese, regalo di Natale alla cittadini e ai turisti, come l'altr'anno avvenne per «Il Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo. «Attribuito a Michelangelo», dicono i cartelli esplicativi della suggestiva rassegna, che Il Tempo ha potuto vedere in anteprima. Una cautela doverosa, perché non esistono documenti né testimonianze, fonti storiche che certifichino la mano del Buonarroti in questa opera. Ma da Antonio Paolucci (ex ministro per i Beni Culturali, ex supersovrintentente e ora direttore dei Musei Vaticani) a Cristina Acidini Luchinat (oggi al vertice dei Beni Culturali a Firenze), a Vittorio Sgarbi, ad Arturo Carlo Quintavalle, a Timothy Verdon sono d'accordo con la «sentenza» pronunciata con la consueta intransigenza da Federico Zeri, che ben conosceva Gallino: «Se non è di Michelangelo, è di Dio». Fu proprio Paolucci, impressionato dall'«anatomia possente e melodiosa» della piccola scultura, a volere che si esponesse quattro anni fa al Museo Horne di Firenze. E cominciarono le ipotesi sulla datazione, individuando grossomodo nel 1495 l'anno nel quale Michelangelo scolpì il Cristo. Un Buonarroti giovane, forse non ancora ventenne. Eppure, dicono gli assertori della sua paternità, mirabile nel creare l'opera, memore delle auree regole di costruzione di Vitruvio e Leonardo: perché il dolente Gesù è alto 41,3 centimetri e l'apertura delle sue braccia è appunto 41,3 centimetri. Dunque si inscrive perfettamente in un cerchio o in un quadrato. Poi cominciarono i raffronti, trovando una sorta di «doppio» in scala assai maggiore nel Cristo della chiesa di Santo Spirito a Firenze. E a sostegno della tesi che può essere un Buonarroti anche se non ha pedigree, il fronte del «sì» cita un brano dalla «Vita di Michelangelo» di Ascanio Condivi: «Ha fatto Michelagniolo infinite altre cose, che da me dette non sono (...) e molte altre cose, le quali non si veggiono, e saria lungo scriverle». L'altro paragone, come rilevano due foto accostate nel catalogo della mostra edito da Allemandi, è con la Pietà della basilica di San Pietro, in quella testa reclinata del Figlio (tra le braccia della giovane Madonna) così come nel «Crocifisso ritrovato». Ma qui la posizione estremizzata è frutto di un pentimento, di un ripensamento dell'artista, che ha inserito un cuneo nel collo della figuretta scolpita. Insomma, una decina di autorevoli pareri favorevoli all'ipotesi Michelangelo. Ecco dunque, dal 2004, le trattative di compravendita con Gallino. L'antiquario partiva da una richiesta di cinque milioni di euro. Alla fine ne ha ottenuti un milione e 750 mila in meno. E il Bel Paese è fiero di aver messo in salvo il presunto Michelangelo da un disdicevole espatrio. Così, una settimana fa, il comitato scientifico che ha sdoganato l'operazione-acquisto (con a capo l'ambasciatore Antonio Zanardi Landi affiancato, tra gli altri, da Roberto Cecchi, direttore generale del Ministero) ha presentato il Crocifisso a Benedetto XVI. Oggi i riflettori si accendono a Montecitorio. Tra un mese, la collocazione definitiva, certamente a Firenze, nel Museo del Bargello o nella Galleria dell'Accademia. Resta la nebulosa della storia di quest'opera. E c'è anche l'autorevole opinione discorde di Maurizio Marini, tra i maggiori esperti di arte del rinascimento e del barocco, che riportiamo accanto. «Bello, ma non è Michelangelo», taglia corto. Allora godiamoci almeno la suggestione di questo mistico legno.