Lidia Lombardi l.lombardi@iltempo.it «Quando ho ...

E lui volle conoscermi». Maurizio Calvesi, il decano degli storici dell'arte italiani, oggi riceve il Premio Balzan (da nove anni non andava a un italiano, nel '99 toccò a Luca Cavalli Sforza). Ma a 81 anni e passa il romanissimo professore, che ha conosciuto la gran parte degli artisti del Novecento, se gli si chiede l'«alfa» del suo lavoro torna a quell'incontro, nella Roma 1941. «Straordinario, Marinetti. Quell'articolo non lo fece. Ma mi incoraggiò a scrivere poesie futuriste. Quei miei versi sono stati ritrovati nelle sue carte in America. Il fondatore del futurismo aveva una rara qualità umana. Assurdo averlo svillaneggiato nella riduttiva equazione con il fascismo». Ma c'è stata per Calvesi l'opera d'arte-folgorazione? «Vidi a casa di Marinetti "Forme uniche nella continuità dello spazio" di Boccioni. Mi colpì più dei cubisti. E poi un ritratto di Marinetti fatto da Carrà. Ma in fondo il mio era un percorso obbligato. Da piccolissimo abitavo in via Oslavia 39b, al terzo piano. E al quarto c'era Balla. Avevo sette anni quando mi fece un ritratto». Marinetti, Balla. Ma anche Guttuso, Burri. E Schifano, Ceroli, Pascali, scoperti da Calvesi. «Guttuso è stato grande agli inizi. Capì Picasso, portò il picassismo in Italia. Ai comunisti non piaceva. Loro, si sa, scansavano le avanguardie. Io, che se vedo un'ingiustizia cerco di capire, lo difesi. Poi si buttò sull'arte sociale, fece l'intellettuale organico, e approdò a una figurazione più ovvia. Comunque, negli anni '60 ruppe col Pci». Con lo scapigliato Schifano fu diverso. «Negli anni '60 vidi un suo monocromo giallo in una galleria di Roma e volli conoscerlo. Poi gli feci avere uno dei premi per giovani artisti della Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Io lavoravo lì, lui arrotondava al museo di Villa Giulia, dove il padre era restauratore. Nel '63 andò in Usa. Partì con un bastimento, io lo accompagnai al porto di Napoli. Lasciò la casa in affitto a via dei Pettinari. La presi io, ci abito ancora». E a Venezia, dove Calvesi ha diretto la Biennale Arte nell'84 e nell'86, che aria tirava? «Io ero vicino al Pci, ma i compagni, per l'ostilità alle avanguardie, che io divulgavo, mi osteggiavano. Mi votarono dc e repubblicani. Venezia, allora come ora, è in fondo ostile alla Biennale, crede che usurpi il suo palcoscenico. E non sopporta che la gestiscano non veneziani. Sa perché nell'86 mi concessero gli spazi dell'Arsenale? Perché Agnelli aveva comprato Palazzo Grassi, e allora io ero meno peggio...». Ma Calvesi farebbe il ministro per i Beni Culturali? «No. Da Veltroni in poi si sono susseguite pessime riforme. I sovrintendenti sono succubi della politica, perché non si bandiscono più concorsi. La vera autonomia era quella di chi aveva carisma di studioso: Toesca, Zeri, Faldi». Ma davvero il contemporaneo è negletto da noi? «Sì, perché i musei non acquistano. Alla Galleria d'arte moderna mancano i Picasso, i De Chirico, i Burri. Si comprano solo i viventi. Perché portano voti». Allora, meglio il salto nel passato, al '400, al '600. Che a Calvesi hanno dato soddisfazioni. «Mi sono laureato su Caravaggio, da allora lavoro anche sull'arte antica. Del Merisi ho indicato data e luogo di nascita veri: Milano e non Caravaggio, 1570 e non '72. Mi hanno preso per matto. Il ritrovamento, mesi fa, dell'atto di battesimo m'ha dato ragione. Ho vinto anche un'altra battaglia, attribuendo al principe romano Francesco Colonna la paternità del "Polifilo", il più bel libro illustrato del Rinascimento, dato come opera di un veneziano. Una soddisfazione, anche perché dimostra che Roma, nel XV secolo, era ben altro che terra di vaccari. Quando arrivarono, Raffaello e Michelangelo trovarono la strada spianata».