A proposito di cinema e di mostre era il 1955 quando Alain ...

Come aveva potuto l'uomo, il costruttore del Partenone, delle Piramidi d'Egitto, della Cattedrale Chartres, edificare quelli che non erano luoghi di morte (tanti ve ne erano stati e tanti ve ne sono), ma di annientamento dell'esistere?! Come raccontare con la pellicola un simile spaventoso sentimento? Come scandire in fotogrammi le formule ideologiche, l'alchimia folle che produsse un simile progetto? Resnais inquadrò i segni. «Il lavoro rende liberi» è la scritta che sovrasta ancora quel campo di sterminio. Il primo segno. La prima falsa formula che mescola schiavitù e speranza e che assurdamente porta alla conclusione che «La soluzione più umana è quella di eliminare gli ebrei non adatti ai lavori nella maniera più rapida». La soluzione più umana per duecentomila bambini. Come un archeologo, Resnais cerca i segni. I solchi delle unghie sul soffitto delle camere a gas (gas forniti dalla Krupp), i messaggi scritti col sangue. E si pone l'interrogativo di sempre: il chi, il come e il quando sono per lo spettacolo. Il perché pochi se lo chiedono. E il perché, che si chiede la storia è il perché che chiude la storia. Nell'ascoltare il ricordo di una madre, tutti proviamo commozione e odio per l'assassino. Ma pochi si chiedono perché quel crimine sia accaduto. Con quali complicità, con quali utili. Fatti gli abissali confronti, quello visto a Venezia, a proposito della strage sul lavoro, è la conferma dell'interrogativo di Resnais e poi di Kluge e ancora di Oliver Stone: perché l'operaio che si era accorto del pericolo non ha chiamato i sindacati? Perché un potere fondato sull'operaismo non ha protetto l'operaio? Meglio le testimonianze dolorose che fruttano il lungo applauso assollutorio e inebetito del pubblico, e, perché no, qualche finanziamento per il prossimo film.