Nella prefazione ai «Miei ricordi», pubblicato postumo nel ...

E lui sì che se ne intendeva! Nel senso che aveva tutti i titoli per potersi permettere riflessioni anche amare. D'antica nobiltà piemontese, pittore, scrittore, liberale d.o.c., si era devotamente consacrato ai Savoia e alla causa risorgimentale,con una carriera politica di tutto rispetto (era stato anche governatore di Milano): ma alla fine si era ritirato in malinconica solitudine. Deluso? Eppure, dopo tanti anni di snervanti attese, militanti passioni intellettuali e civili, vigorose battaglie politiche, diplomatiche, militari, il nuovo Stato aveva avuto il suo solenne «imprimatur»: il primo Parlamento «tricolore», riunito a Torino, aveva proclamato il Regno d'Italia con una legge votata il 14 marzo 1861 e promulgata il 17 dello stesso mese. D'accordo, mancavano ancora il Veneto e Roma all'appello, il processo di unificazione politica, amministrativa, economica, giudiziaria ecc. si annunciava lento e complesso, il Sud, a detta di molti «conquistato» piuttosto che «liberato» vedeva reazionari e briganti uniti nella lotta antisabauda: ma i i «nervi scoperti» che d'Azeglio tocca sono altri. Bisogna - dice infatti il nostro scrittore - che «si formino Italiani dotati d'alti e forti caratteri». E cioè di qualcosa che li caratterizzi in quanto Italiani, dal piemontese al siciliano: qualcosa che ha a che fare col senso civico, con lo spirito comunitario, con un insieme di storie e memorie, leggi e valori condivisi. Insomma, «uno» Stato, «una» Nazione, «un» Popolo con tutte le maiuscole del caso. Ma il carattere ha anche a che fare con le qualità che formano una persona: forza, coraggio, volontà, vigore spirituale, coerenza, lealtà, e chi più ne ha, più ne metta. In questa direzione, dunque, bisogna «formare». E a questo impegno educativo è chiamata una classe politica come si deve. Come si deve, ma che non si vede: perché è questo che sottintende d'Azeglio. Bene, ai nostri dì, senza più re e da una repubblica all'altra, le ragioni della «querelle» sono intatte. E allora parliamone, ancorché tentati di far nostro il pessimismo di Leopardi che nello «Zibaldone» (1827) scriveva: «Degl'Italiani d'oggi non parlo; non so ben se ve n'abbia». Cioè, ci sono o non ci sono gli Italiani? Ma,ripeto, parliamone, visto anche che un previdente e provvido Comitato inaugura oggi, da Torino, le celebrazioni del 150° dell'Unità (2011), e sviolinate e tambureggiamenti retorici non mancheranno. Allora diciamolo subito: a fronte di pochi «padri», la Patria ha avuto ed ha troppi «padrini». Non necessariamente «malavitosi» in senso stretto, ma irrestibilmente vocati alla cura degli interessi propri e di quelli della propria corte di figliocci, protetti, cooptati ecc. ecc. (a proposito, come mai nessuno dei nostri pimpanti leader ha inserito nel suo programma elettorale, non dico come obbiettivo prioritario, ma come vaga intenzione, da qui all'eternità, quella di lottare contro camorra, 'ndrangheta e mafia, aziende principe del Bel Paese, col loro stratosferico fatturato?). Ecco: come esistono i borghesi piccoli piccoli, esiste e prospera la politica piccola piccola, che però «fa» la grande e in grande spende e spande. Per sé, e in nome dei propri errori: tanto, paga Pantalone, che dei misteri del "politichese" non sa nulla, ma che il tributo di lacrime e di sangue lo dà sempre. A meno che non si faccia furbo, consacrandosi alla «greppia» e alle sue leggi. Bieco e vieto qualunquismo? Diremmo di no, visto che già Dante, in tempi sanguigni ma meno mefitici, lanciava i suoi strali contro chi si serviva dei partiti come di uno sgabello per il potere e per ciò stesso acquisiva immediate «competenze» («Un Marcel diventa/ogni villan che parteggiando viene», Purgatorio, canto VI) e che Foscolo, tra ruggiti preromantici, nel suo studio «Della servitù dell'Italia», tuonava: «A rifar l'Italia, bisogna disfare le sètte». Ma, si replica, non abbiamo forse l'arma del voto per cambiare? A volerci credere. Non ci crede, ad esempio, Salvatore Di Giacomo che, come ritornello per una sua canzoncina per la festa di Piedigrotta, sceglie: «E vota e gira, 'a storia è sempre chessa». «Unica soluzione la rivoluzione», come strepitavano i gruppuscolari rosso-fuoco? Perché no?, dice il bel Tancredi nel «Gattopardo» allo «zione» principe di Salina, perplesso di trovarsi di fronte quel nipote garibaldino e pronto a imbracciar le armi contro Franceschiello. Perché no? Ma attenzione, caro zio, è una questione di lungimiranza: «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi». Dopo il bieco e vieto qualunquismo, il cinico disincanto opportunista? Analogo a quello di Consalvo Uzeda di Francalanza che, nei «Vicerè» di De Roberto, rinnega Borboni e tradizioni avite, e si fa eleggere deputato in nome di patria, libertà, progresso e Vittorio Emanuele, salvo spiegare agli intimi: «Adesso che abbiamo fatto l'Italia, dobbiamo farci gli affari nostri»? Beh, il «carattere» italico che ha vinto, lungo il corso di anni centocinquanta e con i più vari accenti, è questo: il trasformismo. Ma la colpa di chi è? Di chi doveva dar forma alla materia? Della materia restìa a prender forma? Della materia di cui sono fatti gli stessi «formatori»? Insomma, Italia e Italiani sono formati o più che mai sformati? E attenzione: non vogliamo chiudere le celebrazioni, vogliamo aprirle.