Quando D'Annunzio profetizzò la morte del presidente Usa

Ognivariazione nella "corsa" tra Hillary Clinton e Barak Obama, per i democratici, ogni ulteriore progresso del repubblicano John McCain viene seguito, commentato, analizzato. Miracolo della televisione e dei satelliti, senza i quali sarebbe impossibile «avvicinare» le due sponde dell'Atlantico sul piccolo schermo. Non sempre è stato così, se si fa eccezione per qualche confronto memorabile, come quello tra Kennedy e Nixon, o per l'elezione di Ronald Reagan. Quando centinaia di migliaia di italiani emigrarono negli Stati Uniti - a partire dagli anni Ottanta del Secolo XIX - la figura del presidente americano appariva indistinta per l'opinione pubblica nazionale. Ai tempi di Cleveland, McKinley, Theodore Roosevelt (che fece aprire il Canale di Panama), Taft, i presidenti erano tutt'al più considerati connazionali di Buffalo Bill, che fece il giro del d'Europa col suo circo di pellerossa e di cow boys (battuti dai «butteri» maremmani). Il primo presidente americano a varcare l'Atlantico, accompagnato dai voti e dalle speranze degli europei, fu Woodrow Wilson, uno dei Quattro Grandi alla Conferenza di Versailles, nel 1919. La Grande Guerra, come venne chiamato il primo conflitto mondiale, si era appena conclusa, con il suo lasciato di morti e rovine. Wilson, con i suoi Quattordici Punti, si atteggiava a profeta della pace (con la P maiuscola), in un alone mistico, di ispirazione presbiteriana. Quando venne a Roma, ricevuto con tutti gli onori, salì in Campidoglio, dove gli venne offerta una Lupa d'oro. L'idillio fu di breve durata. Contrario alla assegnazione di Fiume all'Italia, Wilson si attirò l'ostilità di D'Annunzio, quando la città del Quarnaro fu presa dal poeta-soldato «manu militari». «La giustizia, la giustizia vera - tuonò l'Immaginifico - è stata crocefissa da un maniaco gelido con quattordici chiodi spuntati». Poi, pronunciò una sorta di anatema: «Non datevi pena per l'ostilità di quel cialtrone di Wilson. Ho sognato stanotte che stava mangiandosi il cervello. Se Wilson diventasse pazzo, quale nemesi!». Tornato in patria, sconfessato politicamente dal Congresso, Woodrow Wilson, amareggiato e deluso, fu colto da un ictus e morì per una emorragia celebrale. L'anatema dannunziano aveva colpito per davvero. L'isolazionismo era sempre un punto fermo per gli americani quando nel 1933 (mentre Hitler andava al potere) venne eletto presidente Franklin Delano Roosevelt. Fu lui, con la fist lady Eleonora, a ricevere Italo Balbo, quando il Maresciallo dell'Aria, con uno stormo di S.55, varcò l'Atlantico, sbalordendo il mondo intero. Allora e in seguito, Roosevelt voleva incontrare Mussolini (lo disse anche al figlio Vittorio, quando questi si recò a Hollywood, nel 1937). Magari l'incontro fosse avvenuto: molte cose avrebbero avuto un corso diverso. Ancora nel gennaio 1940 - i dadi non erano stati ancora gettati - l'ambasciatore italiano a Washington, Ascanio Colonna, informava Roma che era "vivo desiderio" del presidente incontrare il Duce: luogo proposto per l'incontro, le Azzorre, a mezza strada: nessuna delle due parti si sarebbe spostata da una parte o dall'altra. Una occasione perduta. In guerra, Roosevelt, inchiodato su una sedia a rotelle a causa della poliomelite, venne insolentito anche dalle scolaresche. Sul «Corriere dei Piccoli» la filastrocca era la seguente: Rosveltaccio trotta piano/presidente americano/teme sempre a ogni ora/la terribile Eleonora (pesante allusione alla first lady, che godeva fama di essere una virago). I legami furono rannodati quando De Gasperi si recò a a Washington, nel 1947, per incontrare Harry Truman. Togliatti, alla Camera, affermò, con tono insultante, che De Gasperi "era scappato": una uscita infelice, che lo statista trentino ricacciò in gola al leader comunista.