COUS COUS, di Abdellatif Khechiche, con Habib Boufares, ...

Anche questo suo terzo, l'estate scorsa alla nostra Mostra, ha vinto addirittura quattro premi tra cui il Gran premio della Giuria e quello della critica internazionale, la FIPRESCI, tutti più che meritati. È una cronaca familiare, e di conseguenza anche sociale, che si ambienta a Sète, una cittadina di mare vicina a Marsiglia dove fiorisce una colorata comunità di origini magrebine, rappresentata, però, con tale asciutto riserbo da evitare, ad ogni svolta, qualsiasi sospetto di folclore, anche al momento di una danza del ventre. Il filo conduttore è un sessantenne che ha perso il lavoro in un cantiere navale. È divorziato, con figli e nipoti, e ha adesso un'altra donna, già madre di una ragazza. Anziché abbattersi, superando molte difficoltà, burocratiche e finanziarie, dato che in famiglia tutti sono esperti nella preparazione del couscous con pesce, pensa di aprire un piccolo ristorante, su una vecchia nave che è riuscito a rabberciare, proponendo ai clienti solo quella specialità tipica della cucina araba. Da una parte, così, l'organizzazione non semplice di una cena con cui si inaugurerà il locale, dall'altra, ma non certo di sfondo, i problemi familiari del protagonista, positivi, negativi, neutri. Abilmente inseriti in quel contesto che, pur seguendo un evento quasi prossimo a una scommessa, si lascia attraversare dall'analisi attenta di piccoli casi umani, espressi con tale sincerità da risultare proposti quasi solo al momento in cui si svolgono di fronte alla macchina da presa. All'insegna, sempre, dell'autentico: nelle facce, nei gesti, in certi dialoghi che sembrano addirittura improvvisati. In cifre che, per quei loro sapori quotidiani, fanno pensare al grande cinema di John Cassavetes e, per lo studio, con emozioni, di certi caratteri, arrivano nel loro realismo a ricordare De Sica, del resto volutamente citato, in un finale aperto (e forse dolente) con il furto di un motorino. Si segue, si partecipa, il clima autentico (ma spesso anche sommesso e doloroso) arriva a commuovere. Grazie ad interpreti, per la più parte non professionisti, che anziché recitare vivono. Nell'ambito di una vita vera.