Addio James Brown, padre del soul e dell'hip hop

Il reverendo Jesse Jackson rende omaggio al padrino del soul, mentre anche il presidente Bush manda il suo messaggio di cordoglio dalla Casa bianca. Con la morte di James Brown si copie così l'ennesimo capitolo del sogno americano, quello di un ragazzino nato nel '28 a Pulaski, un paesino del Tennessee e che, dopo essersi trasferito con la famiglia in Georgia è stato abbandonato dai genitori. È diventato un giovane delinquente e dal carcere l'ha tirato fuori la musica. Non è difficile capire che la feroce determinazione che l'ha portato a diventare uno degli artisti più influenti di sempre è figlia di quel travagliato inizio di vita. Si è spento la notte di Natale a 73 anni in un ospedale di Atlanta (Georgia), dove era stato ricoverato per polmonite. Con lui scompare una figura leggendaria e come ha detto anche Jay Z, superstar dell'hip hop: «Ha aperto le porte a tutto quello che è successo nella musica nera fino ad oggi». Ha saputo trasformare il gospel in «rhythm e blues» e creare un genere soul del tutto originale, il funk, con i suoi ritmi incalzanti. Ha influenzato successivamente cantanti del calibro di Mick Jagger e Iggy Pop. Alle spalle ha avuto un'infanzia difficile: nato da una famiglia poverissima della Carolina del Sud nel 1933, a sei anni viveva in un bordello ad Augusta, Georgia, e per pagarsi l'affitto lavorava sia come lustrascarpe sia nelle piantagioni di cotone. A otto anni provò a rubare la sua prima macchina per finire in un riformatorio. È qui che avviene la sua svolta perchè conosce Bobby Byrd ed entra nel suo gruppo di gospel prima di fondare, nel 1952, la propria band "The Flames". Nel 1956 scrive "Please, Please, Please" ed è il successo mondiale, consacrato nel 1961 con la registrazione dal vivo, nel tempio della musica nera dell'Apollo Theatre ad Harlem, di un album diventato un vero e proprio culto, con canzoni come "I got you (I feel good)" e "Get up (I feel like being a sex machine)". Capace di suonare 350 serate all'anno, James Brown si trasforma, con la ricchezza, in un esempio di "capitalismo nero", ben prima che il termine fosse inventato; apre ristoranti e negozi ed esorta i suoi concittadini di colore a vivere il "sogno americano". Il giorno dell'assassinio di Martin Luther King, tiene un concerto teletrasmesso, invitando la popolazione alla calma. Il presidente Lyndon Johnson lo ringrazierà per questo. Negli anni ottanta diventa anche un volto cinematografico, interpretando il ruolo del predicatore nei "Blues Brothers" e cantando una delle sue canzoni più note, "Living in America", nel film Rocky IV. L'accesso alla casa di James Brown è stato negato alla sua compagna Tomi Rae Hynie, una delle sue coriste, perchè i due (che hanno un figlio di 5 anni) non erano sposati. La donna (che si trovava altrove al momento della morte di Brown) si era presentata alla casa del cantante, a Beech Island, in South Carolina, affermando di avere il diritto a entrare. Il legale di Brown, Buddy Dallas, sostiene invece che la donna viveva in un'altra casa e che il cantante aveva dato istruzioni perchè il suo patrimonio venisse lasciato ai figli. «I'm sharper», cioè sono più intenso e «non sono mai stato così bravo, anche se non posseggo più l'energia di un tempo»: così una settimana prima di morire Brown si era confessato al New York Post. Brown lo ha fatto in previsione del suo concerto di fine anno, in calendario nella Grande Mela, a pochi passi da Times Square, il cuore della città che come di consueto verrà invaso da decine di migliaia di persone. Il concerto era in programma nel club che appartiene ad un'altra leggenda della musica nera americana: il vecchio e glorioso bluesman B. B. King, 81 anni, che si trova nel bel mezzo del quartiere di Broadway. Brown nell'inetervista sostiene di essere diventato (quasi) saggio, grazie «al fattore tempo, il sapere» e soprattutto «alla preghiera: prego tantissimo». Brown ricorda anche con molta fierezza la sua prima tournee in Gran Bretagna, la terra dei Beatles: «