di DINA D'ISA ARRIVA venerdì nelle sale, con sei minuti in meno rispetto alla versione presentata al ...

Significativi anche i piccoli ritratti, firmati da attori come Gigi Angelillo, Barbara Valmorin, Antonella Salvucci, Clara Bindi e Marco Giallini. Quei minuti tolti sono «code di racconti che non servivano. È un mio problema scrivere sempre più finali, ma non ci ho rimesso le mani perchè non ho vinto a Cannes», ha subito precisato Sorrentino. E comunque, la storia del film, nonostante il ritocco, non cambia: Geremia, interpretato da Giacomo Rizzo, è un «usuraio bruttissimo, lercio, ricco e tirchio, cinico ed ironico che ha un rapporto morboso, ossessivo, malato con qualsiasi cosa. Con la madre, il padre, i soldi, le donne, insomma con la vita. Per questo pensa di essere solo. Invece non è solo, sono tutti come lui, siamo tutti come lui — ha aggiunto con ironia il regista — Al cinema si procede per estremismi, ma è certo che è più facile diventare come il mio usuraio che non come Madre Teresa di Calcutta. La statistica mi dà ragione: il mondo è pieno di usurai mentre di Madre Teresa ce ne è stata una sola. E per rendersene conto basta uscire la domenica pomeriggio o aprire il giornale. Il mio film è stato come un doppio salto mortale, tra commedia dell'abiezione umana e tragedia quotidiana. È stato come certi tuffi difficili: un tuffo dentro l'uomo e la sua degenerazione. Ho ambientato la storia nella provincia romana, a Latina e dintorni. Quel mondo piccolo mi intrigava anche prima di scrivere la sceneggiatura, con la sua architettura razionalista tipica del Ventennio e quello scenario sconcertante, quasi metafisico dell'Agro Pontino. La storia è nata guardando di sbieco un rapporto morboso, malato, degenerato e, al tempo stesso, comico. Mi piaceva l'idea di fare una commedia cercando di far ridere con qualcosa d'insolito e spingere sul pedale dell'umorismo: penso al cinema anglosassone, dove la commedia sta cambiando, mentre il cinema italiano ha ancora un impianto canonico».