Fu subito separato dalla madre «Non le ho mai potuto dire addio Ogni giorno perdeva la vita un amico Era diventata un'abitudine»

Il bisogno di urlare al mondo la sua storia è prevalso su ogni cosa. E oggi, a pochi giorni dall'anniversario del rastrellamento nel ghetto di Roma, ha voluto ricordare la sua odissea nei campi di sterminio nazisti. Lui che ha visto il fuoco di Auschwitz lascia a noi la sua memoria. Di un orrore vissuto al freddo della Polonia, della Germania. «Mi chiamo Lello Di Segni, sono un reduce dai campi di concentramento. Quando i tedeschi mi hanno preso e strappato la vita avevo sedici anni. Abitavo in via Portico d'Ottavia numero 9, nel ghetto di Roma. Eravamo io, mio padre, mia madre, mia nonna, i miei due fratelli e mia sorella, quando all'alba di quel sabato sentimmo bussare alla porta. Era il 16 ottobre 1943». Quella mattina Lello non poteva ancora immaginare a quale orrore stava andando incontro. Non passò l'adolescenza a giocare in piazza con gli alri ragazzi. Vide l'inferno: Auschwitz, Birkenau, il ghetto di Varsavia, Dachau. Vide lo sterminio di milioni di persone. Compagni cadere e morire. Fratelli entrare nelle camere a gas. Sentì l'odore acre emanato dai fumi dei forni crematori. Lui che si è salvato per testimoniare, ora, ha trovato la forza di raccontare un tormento inenarrabile. Lello Di Segni, quella mattina lei sentì un uomo parlare in tedesco fuori della sua porta. Poi bussò. «Erano due guardie naziste delle SS. Entrarono nella mia casa coi fucili spianati. Siamo stati trascinati in un punto del ghetto, vicino la Sinagoga, dove ci aspettavano dei camion coperti da un telone. Poi ci portarono al collegio militare vicino a Ponte Quattro Capi. Con noi c'era un uomo che aveva studiato il tedesco e traduceva gli ordini dei nazisti». Cosa pensò in quel momento? «Eravamo frastornati e non sapevamo cosa poteva succedere. Dopo qualche giorno ci dissero che bisognava partire per la Germania. Mio padre ebbe un collasso, perché era reduce dalla Prima guerra mondiale e sapeva che i tedeschi non erano per niente teneri con gli ebrei. In ogni caso non potevamo opporci. Le SS, ci caricarono sopra dei carri bestiame. Chiedemmo: "Ma come facciamo a fare un viaggio schiacciati in questi vagoni. Ci sono degli anziani, dei bambini, e se hanno bisogno di andare al bagno come possono fare?". Chiaramente ci siamo dovuti adattare, lascio alla vostra immaginazione il come. Il viaggio fu lunghissimo, non posso ricordare quanto tempo abbiamo passato chiusi in quel vagone, anche perché stavamo perdendo la cognizione del tempo, oltre che dello spazio. La sete e la fame ci annebbiava la mente e i sensi. Ci stavano traghettando verso l'inferno. Ma noi, ancora non lo sapevamo». La sua famiglia è rimasta tutto il tempo con lei? «Siamo rimasti tutti insieme nello stesso vagone. Poi, dopo ore, il treno si è femato. Siamo scesi. Davanti a noi un enorme piazzale. Gelido. Eravamo nel campo di concentramento di Auschwitz. Guardavamo avanti mentre ci incolonnavamo in direzione di un gruppo di guardie SS che urlavano "tu a destra, tu a sinistra". Mio padre mi disse di restargli vicino. Io portavo dei pantaloni lunghi e non dimostravo la tenera età che in realtà avevo. Fu forse per questo che mi dissero di andare a destra. E solo dopo venni a sapere che ero "abile al lavoro"». E i suoi parenti? «Mia madre, mia sorella, mia nonna e i miei due fratelli andarono a sinistra. Nella camerata dove ci hanno spedito, appena entrati, vedemmo degli uomini che erano come cadaveri. Erano gli altri deportati. A gesti chiedemmo: "Ma quegli altri che fine hanno fatto? Dove li hanno spediti, a lavorare in un altro campo?" Sì, perché la nostra idea era quella di lavorare di giorno e la notte rivedere i nostri cari. "Voi ancora non capite cosa è questo posto", ci dissero. E ci spiegarono delle camere a gas, dei forni crematori, dell'orrore dello sterminio, della morte. Non potevamo credere. Io non avevo neppure avuto il modo di dire "ciao" a mia madre e non l'avrei mai più vista. In un attimo avevo perso tutto per sempre. Non era possibile. Iniziai a discutere animatamente con queste persone, mi agitavo, fin