La sfida di Madonna nella lunga guerra tra rock e religione

È quella la Croce della controversia pop. Domenica, nel momento clou del concerto romano dell'Olimpico, Madonna ne discenderà, con tanto di corona di spine e costume griffato Gaultier, dopo l'esecuzione di "Live to tell". Scandalo? Blasfemia? Parrebbe di sì, a sentire le voci, che non solo da Oltretevere, ma anche dai rappresentanti delle fedi musulmane ed ebraiche, si sono levate per stigmatizzare la trovata della star. Ma a guardare in controluce la crocifissione da discoteca, ci si accorge che quel gesto è un atto più complesso di un apparente oltraggio a Cristo. Perché in quasi 25 anni di carriera la signora Ciccone non ha mai improvvisato una mossa, lavorando per costruire, nel tempo, il personaggio di una rispettabile peccatrice: quella che annuncia per gli Mtv Awards del prossimo 31 agosto qualcosa di più spinto del bacio lesbico che tre anni fa scambiò in scena con Christina Aguilera e Britney Spears, ma anche quella che scrive favole di successo per i piccoli, e che intende "adottare" una intera comunità di bambini nel Malawi, finanziando per loro la costruzione di scuole e alloggi. Madonna è un'accorta stratega della propria immagine - e dell'esposizione di corpo e anima: quando provoca, quando rischia di passare il limite, non lo fa comunque con superficialità. Nella scena della Croce profana (di indiscutibile impatto emotivo per i cattolici), la cantante propone una lettura simbolica di un mondo-Gesù martirizzato dalle violenze, dalle guerre. E dall'Aids. Basta per assolverla? Probabilmente no: alle sue spalle, durante la canzone, scorrono le immagini dei potenti della Terra. Tra loro, anche Benedetto XVI. Di certo, questo è solo l'ultimo atto di uno strisciante dissidio tra Madonna e il Vaticano, culminato ai tempi del video di "Like a prayer" (considerato da un sondaggio tra il pubblico di Mtv come il "più rivoluzionario" di tutti i tempi), dove - le mani improvvisamente solcate dalle stimmate - danzava in una coreografia sexy con la statua di un "santo" che di colpo si animava. Prima di allora, il suo discusso utilizzo post-adolescenziale di rosari "fashion"; oggi la sua adesione al misticismo giudaico della Kabbalah, fortemente criticata dalla Santa Sede, che vede le scelte spirituali della matura diva come uno spot anti-cristiano destinato ai giovani. E il punto è proprio questo: perché da cinquant'anni tra l'industria musicale e la Curia è tutto un allontanarsi e cercarsi, un dialogare e dissentire, un trovarsi e perdersi. Un lavorio diplomatico che si tende e si allenta come un elastico, dove il rock utilizza la simbologia sacra per il business artistico, e la Chiesa - a passi felpati, senza quasi mai scendere in pista - cerca il contatto mediatico giusto, il canale per recuperare a Dio l'anima tentata da una vibrazione sospetta. Nella fin troppo vasta (e spesso infondata) aneddotica della musica "satanica", tra minacce di scomunica e prese di distanza, la "riconquista" cristiana del rock trasse origine, nel 1966, da una Crociata involontaria. Quella scatenata da alcune improvvide (e mal interpretate) dichiarazioni di John Lennon, secondo cui i Beatles erano allora «molto più popolari di Gesù, e il credo scomparirà prima del rock'n'roll. Cristo era ok, ma i suoi seguaci erano tipi ordinari». Nonostante le parziali smentite, quelle frasi accesero roghi in cui venivano bruciati i dischi del gruppo di Liverpool. Accadde ovunque nel mondo, e nell'articolata realtà americana si mossero persino gli oltranzisti del Ku Klux Klan. Fu una lezione solenne per tutti gli incauti ribelli dell'establishment pop: dieci anni dopo, a fare la figura delle star erano più i Pontefici dei chitarristi: il primo, involontariamente, fu Albino Luciani, osannato dopo la sua scomparsa da Patti Smith. E poi Wojtyla. Dall'aprile 2005 il suo rosario adornò il microfono di Bono per gran parte della tournée U2. Giovanni Paolo II era appena «tornato alla casa del Padre», e il cantante irlandese rendeva così omaggio