«HO AMATO MARILYN», IRONICA AUTOBIOGRAFIA GIOVANILE

In Nantas l'invenzione c'è. Ma è quella biografica, esistenziale. Non ebbe bisogno di far lavorare l'immaginazione perché di materiale narrativo ne aveva in abbondanza, attingendo dalla sua esperienza. Anche nel libro dei suoi ottant'anni e passa Nantas racconta se stesso. Narra come decise di recarsi, con una malconcia Topolino, a Parigi, per fare il corrispondente di un giornale romano di cui era riuscito a farsi collaboratore. Così all'inizio del nuovo libro (Ho amato Marilyn, pag. 218 - Piemme, euro 16,50) lo vediamo arrancare verso la capitale francese, per scrivere reportages, ma anche per essere vicino a una bella francese che l'ha già amato a Roma, anche se moglie di un finanziere importante. Gli scopi di Salvalaggio sono un po' di Goldoni, un po' di Giacomo Casanova e di Lorenzo Da Ponte, un po' di Francesco Algarotti. Ma dalla laguna non ha succhiato un campanilismo eccessivo, bensì piuttosto il gusto di cose lontane, la curiosità di esplorare "virtute e canoscenza" del vasto mondo. E, giacché c'era, anche per assaggiare quella fragranza del mondo che le donne possiedono, che fa di loro dei magnifici fiori e di noi eterni calabroni ronzanti, Arnoldo Mondadori, editore geniale e scopritore di talenti, gli concesse un pingue anticipo per dargli il tempo di studiare i piani e gli assetti di una futura rivista che intendeva creare e far dirigere a Nantas Si trattava di Panorama. Salvalaggio ne approfittò per dedicarsi a raccontare i suoi primi trent'anni. Non è che non intendesse assecondare il grande Arnoldo. Contava di avere tempo anche per questo, di essere in letteratura, come nel giornalismo un "piè" veloce Achille. Rischiò grosso, quando una volta venne a trovarlo uno dei figli di Arnoldo, per controllare come stavano precedendo le cose. Almeno pareva. Nantas si presentò all'appuntamento con una borsa nera che pareva contenere i risultati di un lavoro finora mai cominciato. Buon per lui che, protetto dal santo del giorno, non fu obbligato ad aprirne il gancio. Nel libro troviamo altre tappe e altri soggiorni delle sue avventure giornalistiche; oltre a Parigi e Venezia, Milano, gli Stati Uniti, l'Inghilterra. Salvalaggio si racconta senza reticenze e senza maschere. Non usa alcun belletto per apparire migliore. Sa di essere un po' acrobata, avventuriero, bluffatore, cavaliere dell'industria letteraria, amante del rischio, mondano, brillante come causeur in più lingue e come scrittore. Un libro dunque di cose viste e di persone incontrate, raccontate con lo stile del gentleman inglese, che a Nantas sempre appartiene, e dell'uomo di ottima cultura, alla francese. Tra le persone incontrate c'è la bella e sfortunata Marilyn. Era un'ottima attrice, ma non lo sapeva. Si riteneva ignorante; perciò sposò dopo altri uno scrittore celeberrimo come Arthur Miller, e andò a New York a frequentare l'Actor's Studio. Ma non reggeva il suo lavoro e il suo destino. Era distrutta dai tranquillanti e dalla droga. Hollywood la sfruttò e poi la buttò via come un barattolo vuoto, secondo lo stile cinico del sistema americano. Nantas, con la complicità di alcune amiche e di un gran mazzo di rose rosse, riuscì a intervistarla, e s'innamorò poco o tanto di lei. Quando poco dopo seppe della sua morte tornò indietro, sperando di poter partecipare al funerale. Troppo tardi. Le pagine dedicate a Marilyn fanno di questo libro uno dei più intensi e ricchi di spessore umano che Nantas abbia scritto, anche se il suo stile è un po' quello di sempre, brillante, elegante, un po' malizioso, inventore di battute da antologia. E noi ne siamo sedotti, in parte anche perché Marilyn è diventata ormai un mito planetario.