UNO STUDIO DEL SOCIOLOGO SEVERI

Eppure il tema si affaccia sempre più spesso nell'orizzonte (soprattutto culturale). La business community americana (preoccupata dalla concorrenza giapponese) ha avviato un vasto programma «spirituale», che ha dato i suoi frutti. Nelle sfide proposte dalla globalizzazione l'introduzione di uno «standard etico» si è dimostrato efficace, e aiuta la competitività. L'etica degli affari può essere inserita in una cornice teorica capace di comprendere mercato e concorrenza. Si tratta di un approccio ancora scarsamente frequentato, ma sicuramente promettente dal punto di vista culturale. E alcuni banchieri (fra quelli estranei alle chiacchiere di questi ultimi tempi) citano Giovanni Paolo II e l'enciclica «Centesimus annus» per sottolineare l'assoluta «compatibilità fra libero mercato e cristianesimo. Ma esiste anche un altro approccio, che ha già trovato applicazioni in tutto il mondo. A colmare la lacuna informativa ha provveduto un giovane sociologo, Riccardo Severi, con un libro intitolato «Finanza etica e valore sociale (Minerva edizioni, 14 euro), presentato nei giorni scorsi dal presidente del gruppo liberaldemocratico al parlamento europeo, Graham Watson, dal commissario della Consob, Carla Rabitti Bedogni, dal direttore di Quaderni Radicali, Giuseppe Rippa, e dal ricercatore sociale, Enzo Becchetti. Il libro arriva al momento giusto: le Nazioni Unite hanno indetto l'Anno del Microcredito. E il microcredito» è la chiave dell'etica finanziaria di cui si parla. Cioè degli Istituti di credito (uno anche in Italia, la Banca Etica di Padova) che concedono prestiti alle famiglie sotto la soglia delle povertà, per aiutarle a uscire - con le proprie mani - dalla condizione di miseria in cui si trovano. Il principio è quello antico: «Se incontri un povero, non gli regalare un pesce, ma una canna da pesca». Nel 2003 750 milioni di poveri nel mondo hanno usufruito del microcredito. Le statistiche indicano anche (a conforto dei banchieri illuminati) che la percentuale di rientro dei capitali prestati è superiore a quella abituale. Nel suo saggio, Severi affronta questa materia con tre criteri interpretativi di base: il peso delle relazioni di amore-odio tra etica e attività finanziaria nel corso della storia del pensiero occidentale; La differenza sostanziale esistente tra il campo di applicazione della straordinaria esperienza di microcredito del professore Muhammad Yunus (il «banchiere dei poveri» del Bangladesh) e quello di modelli di finanza etica presenti nelle società postindustriali; l'effetto della globalizzazione dei mercati finanziari nella ridefinizione dei rapporti tra finanza ed etica. Fra i punti di debolezza della finanza etica, Severi annovera proprio l'informazione, del tutto carente. E si domanda se si tratti di semplice distrazione o della cosiddetta «strategia di Camelot», il tentativo dei "buoni" di difendersi dai "malvagi" innalzando mura e bastioni inespugnabili. Può darsi che tutti questi discorsi abbiano un fondo di utopia, o anche che siano un mezzo per redimersi in un mondo che bada soltanto al profitto e all'accumulazione della ricchezza. Può darsi. Ma i risultati positivi già raggiunti inducono a una conclusione: è una strada aperta, e sarebbe un delitto innalzare altri bastioni per renderla impraticabile.