E i nostri vinsero il duello

Era il 14 settembre 1964 e un tale Bob Robertson ha la soddisfazione di vedere uscire in sale minori il suo film, che fa da coda alla pellicola principale «I sette del Texas» che la Jolly Film ha già in distribuzione nelle migliori sale italiane. Il 24 settembre, il regista si trova agli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento, dove il film viene proiettato passando pressoché inosservato, e passa da un esercente all'altro mendicando, invano, qualche proiezione. Ma è il 28 il numero fortunato di quel cineasta e dell'intera industria cinematografica italiana. Il 28 settembre, infatti, la società di distribuzione Unidis riceve i dati sugli incassi di «Per un pugno di dollari» e sono notizie euforiche. In un crescendo rossiniano (o meglio, morriconiano) tutte le sale chiedono di proiettare quel film. Il 16 dicembre, l'incasso di quella pellicola che tutti vogliono vedere, grandi e piccini, ha superato i 430 milioni di lire: un record. Sergio Leone (è questo il vero nome del regista di «Per un pugno di dollari») ha emesso il suo ruggito e ha fatto nascere il grande filone "Spaghetti Western" che, assieme ad altri registi, come Corbucci, Tessari, Sollima, Damiani, Valerii, imporrà in tutto il mondo fino a contare tra i 400 e i 600 titoli (in base a ciò che è stimato idoneo al "genere") in 16 anni di dominio celebrato in questi giorni dall'omonimo volume fotografico di Alberto Castagna e Maurizio Cesare Graziosi (Federico Motta Editore, pagine 377, euro 19,90). Ma quale fu la chiave del grande successo, persino a livello internazionale, degli "Spaghetti Western"? Abbiamo rivolto la domanda a uno dei grandi protagonisti di quel filone straordinario, il cow-boy dalla faccia simpatica e dal fisico da trapezista, "Ringo", alias Montgomery Wood, alias Giuliano Gemma. «Con il tramonto dei film mitologici e con la crisi dei western americani, forse quel genere all'italiana riempì un vuoto, rispondendo alla domanda di film d'azione e d'avventura che mancavano sullo schermo - commenta Gemma, che fra i suoi 70 film ne vanta ben 17 in tema -. Gli "Spaghetti Western", sia per le loro storie, sia per il tipo di riprese, erano molto più violenti dei precedenti film americani dello stesso genere. Però, strizzavano l'occhio al pubblico, c'erano decine di pistoleros ammazzati, e gli eroi erano più cattivi e violenti dei banditi, ma dallo schermo arrivava chiaro il messaggio: guardate che stiamo giocando. E questo il pubblico lo ha colto subito ed è stato al gioco». Le seccò che in cartellone le avessero cambiato nome, presentandola come Montgomery Wood? «Non mi fece piacere. Ma i produttori volevano che il pubblico ci credesse attori americani. Io girai il mio primo "Ringo" nel'65, quando avevo già alcuni film mitologici alle spalle: avevo incominciato con "I Titani", nel '61. Inoltre, venivo da due successi, "Angelica" e "Angelica alla corte del re", con Michelle Mercier. Insomma, avevo un buon livello di notorietà. Ma i produttori furono irremovibili, per loro solamente così quel filone poteva affermarsi. E, stando ai risultati, hanno avuto ragione loro». Fra i grandi attori dei western Usa ne aveva scelto qualcuno come modello? «Quando girai "Una pistola per Ringo", avevo 26 anni e i grandi western li avevo visti tutti, da "Il cavaliere della valle solitaria", con Alan Ladd e Jack Palance, a "Vera Cruz", con Burt Lancaster e Gary Cooper; da "Winchester 73", con James Stewart, a "Un dollaro d'onore", con John Wayne; per non parlare dei mitici "Ombre rosse" e "Mezzogiorno di fuoco". Ricordo ancora la battuta di Kirk Douglas in "Un uomo senza stella", quando spiega a un ragazzino ammirato per i suoi esercizi da giocoliere con la colt: "Vedi, di giochini con la pistola se ne possono fare tanti, ma la cosa più importan