di LUIGI CARANTI «LA RAGIONE umana ha il particolare destino di venir assediata da questioni ...

Con questa celebre frase Kant esprimeva la tragica e paradossale condizione della nostra ragione che, spinta da una naturale e inestirpabile tendenza a fornire risposte alle domande più pressanti dell'esistenza, finisce immancabilmente con l'avvilupparsi in antinomie e paradossi. Di fronte alle grandi domande su cui a tutti è capitato di interrogarsi, se il mondo abbia un inizio nel tempo e nello spazio, se il nostro agire sia effettivamente libero, se esista Dio, Kant notò che la ragione è capace di produrre coppie di argomenti ugualmente validi, ma, sorprendentemente, tra loro contraddittori. Kant giunse a questo risultato importantissimo nel 1769 e ne diede notizia in una lettera parlando di una «grande luce» che, non meno della lettura di David Hume, l'aveva risvegliato dal sonno dogmatico. La «grande luce» del 1769 sarebbe diventata, debitamente sviluppata dopo più di un decennio di riflessione, la Critica della ragione pura, opera che avrebbe cambiato per sempre il corso della filosofia. Qual fu dunque questa «luce»? Kant si accorse che se si voleva salvare la ragione da quella condizione di «paradosso strutturale» che abbiamo visto, una condizione che il filosofo tedesco chiama suggestivamente «l'eutanasia della ragione pura», occorreva sbarazzarsi di un presupposto implicito nel senso comune, oltreché nella mente di tutti i filosofi che erano venuti prima di lui: l'idea che quando conosciamo un oggetto, anche il più semplice e banale del mondo (persino un nostro stato interno), possiamo conoscerlo come lo conosce Dio o un intelletto che, per così dire, guarda al mondo rimanendo al di fuori di esso. Kant capì invece che la nostra conoscenza, qualsiasi nostra conoscenza, risente delle forme attraverso le quali il nostro particolare e finito intelletto umano conosce il mondo e che dunque essa non può mai essere considerata una conoscenza di come le cose sono in sé, ma sempre e solo di come esse ci «appaiono». Tutti i paradossi della ragione che abbiamo visto derivano dall'ignorare tale fatto. Su questa cruciale intuizione poggia l'intero sistema critico che Kant volle chiamare, non senza ambiguità, «idealismo trascendentale». Tra le macerie di un pensiero metafisico capace solo di produrre contraddizioni e dispute interminabili, Kant aveva scoperto la chiave per uscire dal tunnel e lo aveva fatto mettendo a nudo la strutturale limitazione della conoscenza umana. Proprio tale limitazione doveva segnare non solo il salvataggio della ragione da quel tragico harakiri, ma anche, inaspettatamente, il dischiudersi di una possibilità essenziale per il senso delle nostre vite: la possibilità della libertà. Scoprendo che il mondo della nostra esperienza, in cui noi figuriamo, insieme a tutti gli altri oggetti, come meri anelli di una catena causale predeterminata, è soltanto il mondo come a noi appare e non il mondo come è in sé, possiamo guardare a noi stessi non solo come tanti automi con un programma prestabilito, ma anche come enti liberi. La consapevolezza della limitazione della nostra conoscenza, insomma, ci consente di considerare il nostro agire come non predeterminato. Abbandonata la speranza di conoscere il mondo come è in sé, otteniamo in cambio la possibilità di pensarci liberi. Questo intendeva Kant con un'altra delle sue celebri (e spesso incomprese) frasi: «Senza l'idealismo trascendentale, né la natura, né la libertà sono possibili». È paradossale che a duecento anni dalla sua morte, che avvenne appunto il 12 febbraio 1804, si continui a saccheggiare questa o quella sua intuizione, ma ci si guardi bene anche solo dal prendere sul serio quell'idealismo trascendentale da cui tutto dipende.