«Vecchio, bravo e politicamente scorretto» L'attore è stato eletto provocatoriamente dai critici statunitensi «migliore promessa dell'anno»

Un "western teatrale" è stato definito dalla critica statunitense, che osservando la magistrale prova di entrambi si interroga sul futuro del cinema americano chiedendosi quali tra i giovani big di oggi (da Brad Pitt a Johnny Depp, da Ben Affleck a Matt Damon) sarà in grado tra quarant'anni di stare ancora sulla breccia, ma ciò che è più importante, sarà capace di regalare delle emozioni non deludendo mai le aspettative del pubblico. Avvilita dalla presente stagione, la critica Usa ha finito per applaudire Dustin Hoffman rimpiangendo i tempi in cui Hollywood era in grado di interpretare in anticipo gli umori e i trend di massa "inventando" un film come «Il laureato» che nel 1969 segnò il battesimo di un'epoca e l'esordio di Hoffman. Il sindacato critici cinematografici l'ha eletta, con evidente provocazione, «la migliore promessa dell'anno». Qual è la sua reazione? «Sarò molto onesto. Se io, oggi, fossi un attore di trent'anni mi arrabbierei e probabilmente avrei scritto una lettera di protesta. Ricordo che, allora, pensavo che agli attori bisognava vietare per legge di recitare dopo i cinquanta anni. Ma erano per l'appunto tempi molto giovanilistici. Non è un caso che oggi - e lo dico con orgoglio razzista - Sean Connery, Gene Hackman, Clint Eastwood, tanto per dire i primi che mi vengono in mente, hanno superato i settanta e seguitano a mietere consensi. La classe non è acqua. E ai nostri tempi ci insegnavano che il successo va gestito». Intende dire che i giovani non sanno come gestire il successo? «Proprio così, ma non è colpa loro. Oggi, ciò che conta non è la bravura, se non nello sport. Oggi, ciò che davvero conta è la propria immagine di celebrità. E le celebrità vengono trattate come divinità per il semplice motivo che poi servono come testimoni di qualche profumo o come rappresentanti di qualche politico. Amo sempre di più lo sport proprio per questo motivo: è rimasto il bastione incrollabile dei "bravi". Lì non c'è immagine che tenga. Se un giocatore è dotato ed è bravo, a furor di popolo finisce per giocare ed è amato». Vuol dire che il cinema non è democratico? «Esattamente. Lo ripeto. I bravi attori non servono più. Servono i venditori di profumi e i testimoni convincenti che poi faranno raccogliere qualche miliardo in beneficenza. Per me è una pacchia. Perché io sono vecchio e bravo. E così I produttori chiamano gente come me e Hackman e ci dicono "ragazzi qui c'è un film con un po' di giovani famosi che io devo pur far lavorare, vedete un po' di darmi una mano"». Ci sembra piuttosto duro con gli attori giovani. «Me lo posso permettere, ho più di sessanta anni. Non faccio carriera politica e posso godermi il privilegio di non essere politicamente corretto. È la mia opinione. Per ritornare a produrre arte e talenti bisogna dar fiato ai bravi di nuovo e abbattere questa moda snervante delle celebrità». Ma è il pubblico che costruisce le celebrità. «Non è vero. Sono i media. Sono i giornalisti che vengon foraggiati da produzioni, agenti, mediatori». Perché? «Perché rende, ci guadagnano tutti. Perde soltanto il pubblico e la qualità. Io mi rifiuto di dire la mia su qualunque argomento che non sia cinema o teatro. Non perché sia qualunquista, ma perché ci tengo a rispettare il pubblico. Ciò che io penso di Bush e della guerra in Iraq è del tutto irrilevante. Così come è inutile la mia opinione sul sesso, sull'amore e su Dio. È più importante sapere che cosa penso di un certo copione. Tutto qui. E non voglio reclamizzare profumi».