di FRANCO CARDINI SI USA ancor oggi, nelle scuole, descrivere la parabola della civiltà umana ...

Niente di più falso. Se volessimo tradurre il cosiddetto «progresso» in un sistema grafico chiuso nelle celebri coordinate cartesiane, anzitutto dovremmo tracciare più linee, tante quante (quante?) sono e/o sono state le civiltà del mondo; quindi vedremmo che la linea del loro sviluppo (una linea sola, corrispondente a tutte esse, nel loro complesso) correrebbe per uno spazio corrispondente - nella scala prescelta - a molti millenni; e solo a partire dal punto corrispondente al IV millennio avanti Cristo circa una linea (quella rappresentativa della cultura mediterraneo-orientale) comincerebbe ad assumere un deciso orientamento verso l'alto, che tuttavia resterebbe a lungo abbastanza modesto; solo arrivata al punto dell'ascissa corrispondente ai secoli XVII-XVIII circa la linea grafica s'impennerebbe, fino a raggiungere, tra XX e XXI secolo, un andamento quasi verticale; intanto, tutte le altre linee (corrispondenti alle differenti culture) si adeguerebbero ad essa e tenderebbero a fondersi con essa. Ecco la globalizzazione. In altri termini, il progresso tecnologico è stato in tutte le culture abbastanza contenuto fino al Cinque-Seicento, e solo allora, e nella cultura euro-occidentale, ha cominciato a correre; per impennarsi poi negli ultimi decenni. Nella Roma imperiale si viveva più o meno nella stessa maniera che nella Londra cinque-seicentesca (ma la prima era incommensurabilmente più pulita, più sicura, più comoda della seconda). Sarebbero stati il gas, il petrolio, il vapore, l'energia elettrice e le condutture domestiche idriche e termiche a mutare irreversibilmente le nostre condizioni di vita. Il buio ci fa paura. È una paura forse «irrazionale», ancestrale. Provate a chiudere gli occhi senza dormire, in un ambiente che non vi sia familiare: resisterete solo una manciata di secondi. C'è chi, al buio, ha addirittura problemi di respirazione. Dal buio sorgono i nemici misteriosi, i sogni, i demoni che la luce invece fuga immediatamente. Gilbert Durand, che ha studiato le strutture antropologiche dell'immaginario, distingue le immagini in un «regime diurno» e in uno «notturno»; ma anche la notte può essere amica, a patto di non essere - secondo un famoso luogo comune - «buia e tempestosa». E più paura ancora fa il «buio a mezzogiorno», quello delle caligini inattese, inspiegabili, quello delle tempeste di sabbia, delle eclissi totali di sole, d'un improvviso malore, dell'Apocalisse. Eppure, c'è stato un lungo tempo in cui il buio era anche amico. Un tempo incessante, durato millenni e prolungato ancora nella nostra età moderna ai tempi del coprifuoco, quando la fiamma viva delle candele, delle torce e dei focolari domestici poteva durante la notte trasformarsi in crudele avversaria. La nostra società tecnologicamente avanzata ha un difetto: è fragile. E più è sofisticata, più aumenta la sua fragilità. Provatevi ad alzarvi in piena notte - a quanti è successo, alcune ore fa? - per il desiderio di un bicchiere d'acqua fresca, per vincere un'improvvisa crisi d'insonnia. Situazioni e gesti familiari. Ma all'ordine del vostro umano e abituale fiat lux, l'interruttore della camera da letto non risponde. Cercate a tentoni la pila (eppure c'era, era lì fino a ieri, accidenti...) o la scatola di fiammiferi e il dimenticato mozzicone di candela. Andate al quadro elettrico, armeggiate. Un guasto all'intero impianto domestico? A tutto il condominio? Vi affacciate alla finestra. Fuori è buio pesto, un buio che se siete in città è lacerato dai lampi delle auto; lontano, sirene dell'ambulanza o della polizia o dei pompieri; vicino, un brusìo che sale dagli altri appartamenti. E allora vi passano in un baleno dinanzi gli scenari più terribili: il bombardamento di Baghdad, che alla TV pareva un gioco di son et lumière; e magari pensate che ci sia stato un attentato e andate col ricordo a quei tremendi