Il fatidico ordine del giorno fu elaborato da Dino Grandi durante la guerra greco-albanese nel '40 Una condanna scritta tre anni prima

Mussolini, aveva fatto richiamare sotto le armi i gerarchi, annunciando con sufficienza di voler governare unicamente con i direttori generali dei vari dicasteri; la «fronda» risaliva dunque a molto tempo prima del 25 luglio 1943. L'ordine del giorno Grandi (e di altri diciotto firmatari, nel Gran Consiglio del fascismo) «pregava» il re di voler riassumere il Comando Supremo, concesso a Mussolini su delega, prima dell'entrata in guerra dell'Italia. «L'insidia è in ciò che il documento non dice», aveva osservato Mussolini dopo il voto che lo aveva messo in minoranza e Carlo Scorza, segretario del partito, si era limitato a prendere atto di questo pungente commento. Di fatto, era già tutto pronto per l'arresto del Duce e la nomina del Maresciallo Badoglio a Capo del Governo. Vittorio Emanuele III, in vena di riferimenti storici, disse: «Questo è il mio 18 Brumaio», accostamento spropositato al colpo di Stato di Bonaparte! Sulla «notte del Gran Consiglio» — dieci ore di discussione, fino alle 3 di notte del 25 luglio — è stato detto (e scritto) tutto, Mussolini compreso ne «Il tempo del bastone e della carota»: innumerevoli i libri sull'argomento e nutrita anche la memorialistica. Chi si illudeva di «pilotare» la crisi, venne travolto: la stessa Corona, in definitiva, ne uscì con le ossa rotte dopo i quarantacinque giorni del Governo Badoglio, seguiti dall'armistizio, negoziato nel peggiore dei modi. Ma il 25 luglio ci fu spazio anche per qualche illusione, mentre Hitler fremeva per la sorte riservata al «suo grande amico». Dopo l'arresto avvenuto a Villa Savoia (con scandalo della regina Elena: «Si sono violate le regole dell'ospitalità regale»), Mussolini si sfogò: «Ah, il quarantenne, il quarantenne!». Alludeva al genero, il marito della figlia Edda, il figlio del fedelissimo Costanzo Ciano. Galeazzo era stato pregato da Grandi di astenersi nel voto; ma l'ex ministro degli Esteri aveva insistito. Galeazzo Ciano era perfino andato oltre il segno, con scandalo di Buffarini Guidi, perché aveva detto del suocero: «È un cinghiale ferito; se non lo abbattiamo, ci sbrana tutti». Tringali Casanova, presidente del Tribunale Speciale, incontrando Ciano in ascensore, alla fine della seduta, lo squadrò con occhio severo: «Non è bello quello che avete fatto questa sera, ragazzo mio: mi sembra che vi siete giocata la testa». Di fatto, il «generissimo» — come veniva chiamato nei salotti della Roma-bene — si era assicurato un posto davanti al plotone di esecuzione.