«La Bohème», lezione di regía all'Opera

Prese la prima e cadde nel secondo il critico Carlo Bersezio che, i 2 di febbraio dell'anno 1896, sulle colonne de «La Gazzetta Piemontese» in occasione della première sentenziò il seguente: «La Bohème come non lascia grande impressione sull'animo degli uditori non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico, e sarà bene se l'autore, considerandola come l'errore di un momento, proseguirà gagliardamente la strada buona e si persuaderà che questo è stato un breve traviamento dal cammino dell'arte». Ciò si rammenti se mai occorresse riprova ch'è d'uopo diffidare sempre dei critici musicali. Ché tra le opere in musica dall'universo mondo predilette è «La Bohème», la quale assieme a poche altre, vince l'andar del tempo, la capricciosità delle mode, le capriolesche sentenze della storia. Capolavoro arduo assai da interpretare: non tanto in ragione delle intrinseche complessità d'ordine musicale, ma perché radicato gelosamente nel cuore d'ognuno: quale patrimonio prezioso ed inalienabile. Interpretare il cimento pucciniano è come indurre l'ascoltatore a mettere in piazza i proprî affetti, onde vagliarne la consistenza: onde verificarne la legittimità. Chi interpreta queste opere è nei panni di colui che porge la nuda realtà a chi l'ha sognata e sublimata nell'aspettazione. Si corre il rischio di provocare un disinganno: rischio esiziale, essendo l'essere umano disposto, nel peggior dei casi, a patire l'inganno: già mai il disinganno. Fra i maggiori interpreti d'ogni tempo de «La Bohème» si contempla, per la regía e le scene, Franco Zeffirelli. Vecchia regía, la sua, ormai. Nasceva alla Scala nel rimoto 1962 per Herbert von Karajan. Vecchia regía sí, ma rimasta un capolavoro d'intelligenza testuale, di sensibilità e di poesia: tale da esser encomiata negli eminenti teatri del mondo: in Europa, in America. E iersera, all'Opera di Roma, era tuttavia inedita per l'immacolata e sottile meraviglia che ingenerava nel pubblico, magato da quella soffitta del primo atto e dell'ultimo, perfusa di penombre e di pathos, di giovinezze e d'illusioni; calamitato dal quadro del Quartiere Latino, graduato su due piani scenici in una sòrta di festevole contrappunto romantico, permeato di soffici pastelli ed ori invernali. Una Parigi che dà la sensazione d'inondare di sé la platea con le file di bancarelle, il vispo vociare dei monelli, i rutilanti giuocattoli di Parpignol, la folla occupata a bighellonare, ed un cavallo bianco per fiaba. Squarcio d'una città elevata da Zeffirelli ad emblema d'uno stato d'animo perenne e d'una «Stimmung» vagheggiata tra leggenda ed utopia sentimentale. Eppoi la neve, che scende riguardosa fra le brume della Barrière d'Enfer, periferia desolata ed acre, consona a scarnificare i subbugli del cuore onde distillarne nettare d'amaro lirismo; ed al calare del velario, ti sembra la neve scendere ancora per qualche attimo su la musica: per nasconderla all'oblio. La recitazione non è condizionata dalla musica, bensí ad essa risale a formare un unicum: veritiera sintesi di vita teatrale. A dar vita di suono alla partitura la direzione asciutta, postmoderna e stringata di Gianluigi Gelmetti, coadiuvato da un giovine cast vocale: le signore Carla Maria Izzo (potente e algida Mimì wagneriana) e Olga Mykytenko (una Musetta senza trabocchi di malizie); i signori Massimo Giordano (Rodolfo ardente negli accenti), Dario Solari (Marcello), Andrea Papi (Colline), Natale De Carolis (Schaunard) e Di Bagno, simpatico Benoit. Applausi a tutti.