di FAUSTO GIANFRANCESCHI IL RAPPORTO tra gli scrittori e le arti figurative è sempre stato molto stretto.

E ci sono pittori che sono anche scrittori: i primi che mi vengono in mente, con un bel salto di secoli, sono Vasari e Savinio, così come ci sono pittori che sentono l'esigenza di prendere la penna per definire la loro poetica, per esempio, nel secolo scorso, De Chirico e Kandiskij. Poi c'è la categoria degli scrittori collezionisti d'arte: un preclaro esempio è Balzac, molto orgoglioso della sua raccolta, formata però, a quanti si dice, soltanto da croste. Non è il caso di Paolo Volponi (Urbino 1924 - Ancona 1994), romanziere molto amato dalla critica e nello stesso tempo grande collezionista d'arte, culturalmente così competente da fare scelte sempre mirate e felici; conosceva bene anche i meccanismi del mercato, essendosi per un certo periodo impegnato in una nota casa d'aste, la Finarte. Ora possiamo vedere e apprezzare a Roma la qualità delle sue cernite giacché a Palazzo Venezia, fino al 29 giugno, c'è una mostra dei dipinti del collezionista-scrittore che sono stati donati allo Stato, e precisamente alla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, in due momenti: prima un gruppo di opere regalate dallo stesso Volponi in memoria del figlio Roberto morto in un incidente aereo, poi un altro gruppo donato dalla vedova e dalla figlia di Paolo; insieme formano una galleria ideale dell'arte italiana dal Trecento al Seicento. Si vede che ogni opera ha una storia nell'anima del ricercatore, e che è il frutto di una selezione sapiente. Paolo Volponi era evidentemente un collezionista appassionato, visceralmente votato più alla storia dell'arte che a quella della letteratura (e d'altronde nei suoi libri, come «La macchina mondiale», come «Corporale», si colgono i riflessi di questo amore). In una lettera riportata in catalogo da Enzo Siciliano si legge la seguente confessione a un amico: «Il gusto di scoprire e di battere da Sotheby's o Christie's è vertiginoso». E certamente scopriva e batteva molto bene, con un'accentuata inclinazione per l'arte del Seicento. Tra le opere raccolte da Volponi è interessante il gruppo dei dipinti del Trecento, ma le sorprese maggiori sono suscitate dalla sezione «moderna», ove spiccano autori prestigiosi quali il Guercino, Guido Reni, Battistello Caracciolo, Mattia Preti, Salvator Rosa. Il «Sacrificio d'Isacco» di Mattia Preti è un capolavoro, nel quale non sai se ammirare di più il dinamismo impetuoso del disegno oppure l'accesa composizione cromatica. Non meno affascinante è il quadro di Ribera che rappresenta il filosofo Diogene, con una solenne severità espressiva. Un'invenzione a suo modo poetica è «Davide in contemplazione della testa di Golia», di Orazio Gentileschi, che raffigura il momento della riflessione malinconica dopo la vittoria. Dobbiamo dunque ringraziare la generosità di Paolo Volponi e delle sue eredi che hanno tratto dal chiuso di una collezione privata opere preziose che meritano veramente la luce del godimento pubblico.