PER LEI, signor Ozpetek, un film deve trasmettere benessere e regalare serenità? «Assolutamente sì.

Può servire molto, può cambiare, può far riflettere. È interessante che ciò che fa riflettere me, che mi fa sorridere, mi fa pensare, faccia lo stesso effetto al pubblico che vede i miei film. Un'intesa, un'affinità che mi affascina molto». Perché da Istanbul ha scelto l'Italia? «Avevo deciso di andare in America. Volevo entrare nel mondo del cinema. Ho scelto di venire in Italia e appena arrivato mi sono subito ambientato. Mi è sembrato il mio habitat naturale». Cosa la turba? «La sofferenza delle persone». Fa qualcosa per chi soffre? «Sì, solo per chi ho intorno. Peccato, mi piacerebbe fare molto di più per tutti». Qual è il suo rapporto con il passato e con il presente? «Con il passato ho un rapporto forte. Vivo in una casa dove le stanze. Anche i muri mi fanno riflettere su tutti gli avvenimenti. I luoghi, le persone che si sono amate, le storie che hanno vissuto le persone morte». Ricorda la sua infanzia? «È stata un'infanzia molto difficile per tanti motivi. Il cambiamento della Turchia. Vivevo in una casa dove comandavano le donne. Tanta solitudine, molti giochi solitari». I suoi films sono pezzi della sua vita? «È inevitabile che ciò accada. C'è sempre qualcosa della mia vita». Cosa le fa paura? «Amo vivere. La vita mi piace tantissimo, ma temo di perdere le persone amate». L'energia della vita finisce dopo la morte? «Più passano gli anni e più penso che la vita è proprio un meccanismo perfetto. Il primo battito del cuore, la continua voglia di vivere, l'aggrapparsi alla vita, non voler morire. La vita è difficile spiegarla con la logica. Non credo che con la morte ci sia la fine della vita». Le piace apparire? «Ho la sensazione di apparire tantissimo. Sono sempre in giro. Comunque cerco di farlo il meno possibile». Il senso della vita è indagare su se stessi, interrogarsi sulla propria esistenza? «Assolutamente sì». Del suo passato cosa vorrebbe riavere? «Non vorrei tornare indietro, neanche per un'ora». Le cose che ci lasciamo ci raggiungono sempre? «Sì. Le portiamo sempre con noi in qualche modo».