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crisi ex ilva

Arcelor Mittal abbandona Taranto. Il 15 gennaio chiuderà tutto

L'ad Morselli annuncia il piano definitivo per lo stop agli altoforni

Arcelor Mittal lascia Taranto. Il 15 gennaio sarà tutto fermo

Era tutto prevedibile, tempi e modi, fin dalla prima comunicazione con cui ArcelorMittal nei giorni scorsi aveva annunciato a Fim Fiom e Uil e ai Commissari straordinari la volontà di restituire allo Stato gli stabilimenti dell’ex Gruppo Ilva. Ma l’accelerazione di oggi da parte della multinazionale che ha presentato alle Rsu dello stabilimento di Taranto il piano temporale delle fermate degli altoforni, ha spiazzato gli stessi sindacati e le imprese dell’indotto. Una chiusura che sarà completata entro fine gennaio: Afo2 il 12 dicembre, Afo 4 il 30 dicembre e Afo 1 il 15 gennaio mentre tra il 26 e il 28 novembre, per mancanza di ordini, verrà chiuso il treno nastri 2, così come comunicato oggi dall’Ad A.Mittal Italia, Lucia Morselli. Insorgono i sindacati che fino ad oggi hanno atteso un segnale dal governo sullo scudo penale per illeciti ambientali, prima concesso poi soppresso, e al centro dei motivi dell’abbandono, anche se non l’unico, da parte di Mittal, e che difficilmente arriverà. Insorgono, a modo loro, anche le imprese, soprattutto dell’area di Taranto, oggi al Mise per parlare dell’impatto dell’addio di Mittal all’acciaieria più grande d’Europa e di quei 50 mln di crediti vantati dalle aziende nei confronti della multinazionale, che, nel caso non rientrassero assieme ai 150 mln già ’regalatì di fatto allo Stato nel corso dei diversi commissariamenti dello stabilimento, «potrebbero profilare una situazione gravissima e l’impossibilità di pagare gli stipendi», come denuncia il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro. Il clima, dunque, si surriscalda anche in vista del difficile faccia a faccia al Mise tra Fim Fiom e Uilm, accompagnati dai vertici di Cgil, Cisl e Uil, e l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, che di fatto avvierà ufficialmente la procedura di cessione del ramo d’azienda, come previsto dall’art. 47 della legge 428. Intanto, slitta ancora la presentazione del ricorso d’urgenza, ex art. 700, da parte dei Commissari straordinari, con il quale si impugna l’atto di recesso formalizzato dall’azienda.

Ed è Marco Bentivogli, leader Fim, a suonare la carica e a chiamare in causa la politica: «se ancora non fosse chiaro la situazione sta precipitando in un quadro sempre più drammatico che non consente ulteriori tatticismi della politica», dice. E non meno pesante il segretario Uilm, Rocco Palombella per il quale la «morte annunciata» di ArcelorMittal definisce non solo «il fallimento di una classe politica che non è stata in grado di tutelare la salute dei cittadini di Taranto, un settore industriale fondamentale per l’economia italiana e a salvaguardare oltre 20mila posti di lavoro» ma anche « la disfatta del leader mondiale dell’acciaio che non ha spudoratamente rispettato gli accordi sottoscritti». Anche la Fiom chiede che il governo «tolga ogni alibi ad ArcelorMittal, che rispetti e faccia rispettare gli accordi firmati nel 2018», come dice il leader Francesca Re David per la quale quegli impegni «rappresentano altrettanti vincoli inderogabili non solo nell’esercizio della rappresentanza delle condizioni e dei diritti dei lavoratori di tutto il gruppo e dell’indotto, ma per le prospettive industriali del Paese». I sindacati infatti non intendono imboccare la strada giudiziaria che parrebbe l’unica in grado di bloccare l’operazione di Mittal e riportare alla responsabilità la multinazionale.

«Lo spegnimento degli impianti sarebbe una sciagura per tutti il Paese. Non vogliamo rassegnarci. Se ci sono dei problemi economici di mercato si devono affrontare, come si fa sempre, aprendo un negoziato con il sindacato. La via giudiziaria non è la strada risolutiva. Tutt’altro», scandisce il leader Cisl, Annamaria Furlan mentre la Uil insiste: «bisogna dare continuità produttiva e occupazionale al sito»,dice Carmelo Barbagallo. «No a esuberi. ArcelorMittal deve rispettare l’accordo firmato», incalza il leader della Cgil, Maurizio Landini. «Il governo - aggiunge - deve fare quanto promesso, ovvero lo scudo penale. Però vorrei anche che tutti si indignassero con ArcelorMittal che ha vinto una gara e firmato un accordo e adesso si sta tirando indietro».

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