Ricorso all’Aja

"La Francia paghi i danni per le marocchinate"

Emanuele Ricucci

Tra la Gustav e la Adolf Hitler era tagliato a metà il corpo senza vita d’Italia. Due linee militari dividevano l’avanzata degli Alleati, dalla difesa dai futuri liberatori. Era il 1944. E fu lì che gli uomini divennero bestie. Bambini, bambine. Donne, ragazzi, molti. 60mila vittime certificate, secondo Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, nata nel novembre 2010, che ci parla di 180.000 violenze carnali. La vittima più giovane aveva 11 anni, la più anziana oltre 80, seicento uomini abusati, tra essi persino un giovane parroco, don Alberto Terrilli. Due sorelle, di 15 e 18 anni, subirono violenze da 200 soldati marocchini; una morì durante lo stupro, l’altra impazzì in un manicomio. Solo alcune gocce di male distillate in un silenzio per cui è giunto il tempo del riscatto. L’Italia, per la prima volta, chiederà il conto alla Francia per le marocchinate. Ad annunciarlo è l’avvocato Luciano Randazzo: «Sto presentando, col supporto dell’ANVM e del suo presidente, Ciotti, un ricorso presso la Corte internazionale de L’Aja per violazione di norme internazionali e delle convenzioni de l’Aja e di Ginevra, e inoltre una denuncia querela, presso la Procura Militare di Roma, contro lo stato francese per crimini di guerra commessi sul territorio italiano. La Francia si limitò solo adun fondo, molto modesto, per il risarcimento delle vittime». Un richiamo ufficiale alle responsabilità. 74 anni fa i "goumiers", così come venivano chiamati i soldati marocchini ausiliari inquadrati nel CEFI (Corpo di spedizione francese in Italia), al soldo del Gen. Alphonse Juin, stuprarono, uccisero nel loro passaggio nel centro Italia, specie in Ciociaria. Chiunque fu colpito. Chi per la vergogna si ammazzò, chi impazzì. Gravidanze, aborti. E una pietra tombale di marmo sporco: l’indifferenza dei buoni. Ai soldati marocchini, paradossalmente, si trova dedicata qualche stele commemorativa, come nel viterbese, o come quella distrutta qualche giorno fa da ignoti a Pontecorvo (nella foto), che sarà ricostruita, ma intitolata alle vittime, secondo volontà del sindaco Alselmo Rotondo e del consiglio comunale. Nell’epoca del moderatismo estremo, cortina rassicurante dietro alla quale nascondersi per evitare l’interrogazione di storia, viene da chiedersi: chi sono i buoni, se anche i liberatori furono macellai? Non muove un muscolo l’esercito femminista di liberazione delle donne, che magari considera la violenza uno scivolo per la carriera (vedi caso Weinstein), tra deliri sull’inutilità del péne, e fantabiologia; non si pronunciano i sacerdoti della religione laica del progresso, culto sostitutivo della Misericordia omnicomprensiva di Dio, fermi a contemplare l’antifascismo. I nostri ventenni pensano che marocchinata sia quell’angolo del parchetto dove trovare dell'hashish. «Mio zio, quattordicenne, fu violentato e poi ucciso dai "goumiers". Così decisi di cercare giustizia. Cominciai a studiare il fenomeno raccogliendo documenti per presentare il conto alla Francia», afferma Emiliano Ciotti. Un ricorso di storica rilevanza che arriva dopo anni di battaglie silenziose e trasversali, per una vergogna senza colore. Ecco Maria Maddalena Rossi, deputata del PCI, che nel 1952 chiedeva al Parlamento indennizzi per le vittime, il sen. Ferdinando Signorelli (MSI), passando per l’on. Mauro Ottobre, che nel vicino 2016 interrogò il governo, insieme ad altri, sulle responsabilità dirette di quel dramma, proponendo il ricorso a L’Aja: «nei libri di scuola o nelle piazze, non c’è traccia di queste vittime; manca un riconoscimento a livello nazionale e storico». E poi la sensibilità dell’arte. Moravia e il suo romanzo, "La Ciociara", che sarebbe diventato un film, diretto da Vittorio De Sica, numerose pièce teatrali, tra cui quelle di Stefania Catallo e Simone Cristicchi, il lavoro del giornalista Giampaolo Pansa e la voce dei vinti. Grida. Arte. Politica. Ma nessuno ha mai pagato davvero. Omissioni, della Francia di ieri, del mondo di oggi. Ma questo nostro tempo, disabituato alla Bellezza, sorride istericamente di uguaglianza, ma si sgretola nelle continue divisioni. Ci sono donne e donne, drammi e drammi, altro che progresso. Si eleva, ora, il grido di giustizia in un mondo abituato a girarsi dall’altra parte, come con i cristiani massacrati nel mondo.