L'INCHIESTA

Le mani della mafia sui supermercati Lidl e sui vigilantes del Tribunale

Silvia Sfregola

Il pool antimafia milanese ha fatto commissariare dal Tribunale, sezione misure di prevenzione, le società di sorveglianza privata che si occupa, tra le altre cose, di garantire la sicurezza all'interno del Palazzo di Giustizia, nella quale lavorano 600 persone. Il Tribunale ha anche disposto l'amministrazione giudiziaria di quattro direzioni generali della lidl, a Volpiano, Biandrate, Somaglia e Misterbianco, base catanese per 33 filiali in Sicilia e 8 a Malta. Su entrambe le realtà, apparentemente molto distanti, da quanto è emerso da un'inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del pm Paolo Storari che ha portato a 14 arresti, si allungava l'ombra della famiglia mafiosa dei Laudani di Catania. Al centro dell'inchiesta, c'è un giro di fatture false che serviva anche a portare denaro in Sicilia, da destinare al sostentamento della famiglia mafiosa e a sostenere le famiglie dei detenuti del clan Laudani, definito dagli inquirenti "il braccio armato di Nitto Santapaola". Cinque imprenditori di origine siciliana, da anni residenti al Nord, avevano creato consorzi di cooperative nel settore della logistica e della vigilanza privata, alle quali la lidl Italia ha appaltato commesse per gli allestimenti e la logistica dei punti vendita sia al Nord sia in Sicilia, e che avevano vinto gare per gestire la sicurezza anche del Tribunale di Milano. In carcere, in particolare, sono finiti Luigi Alecci, Giacomo Politi e Emanuele Micelotta, titolari del consorzio Sigi Facilities da 14 milioni di fatturato nel 2014 (poi Sicilog srl), che avaeva vinto una serie di gare con il colosso della grande distribuzione tedesco. In manette sono finiti anche i fratelli Nicola e Alessandro Fazio, titolari del gruppo Securepolice, che oltre a lavorare con lidl, si era anche aggiudicato ad esempio il contratto con il Comune di Milano per la sorveglianza del Tribunale. Tra i filoni dell'inchiesta ce n'è anche uno che riguarda un ex dipendente della Provincia di Milano, Domenico Palmieri, con una lunga esperienza nella pubblica amministrazione. Per i pm, sarebbe stato lui a mettere a disposizione dei referenti del clan Laudani una serie di rapporti con esponenti di amministrazioni pubbliche. Il compenso si aggirava intorno ai mille euro al mese. Proprio lui aveva contattato la funzionaria del Comune di Milano Giovanna Afrone, che oggi è finita agli arresti domiciliari, perché affidasse alle imprese di Micelotta appalti per al pulizia delle scuole (tutti sotto la soglia dei 40mila euro di valore per evitare i controlli) a fronte dell'impegno di Palmieri di farle ottenere un posto di lavoro presso il settore bilancio della Provincia di Milano e il trasferimento della cugina al settore informatico di Palazzo Marino.