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Zingaretti difende i «suoi» indagati

Opposizione all’attacco: «Il problema è politico, le indagini condizionano la maggioranza»

Zingaretti difende i «suoi» indagati

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Vincenzi non era indagato al momento della sua nomina a presidente della Commissione Bilancio della Regione Lazio. E «anche se lo fosse stato, l’avviso di garanzia non è una condanna». Il governatore Nicola Zingaretti difende i «suoi uomini» finiti nel turbine della terza ondata di Mafia Capitale, oltre all’ex capogruppo del Consiglio Marco Vincenzi, il consigliere Eugenio Patanè e l’ex capogruppo del Pd in Campidoglio Francesco D’Ausilio. Zingaretti non entra «nel merito dell’iter processuale» e spiega perché: «Questo non è un tribunale, non c’è nessuno che difende, non ci dovrebbe essere nessuno che accusa». Per quanto riguarda invece, «il tema politico», il governatore del Lazio ha illustrato le ragioni della nomina di Vincenzi, sulle quali «non c’è nessun mistero». «In una fase di riassetto politico della giunta e dentro un impegno di riorganizzazione anche dei lavori del consiglio, della presidenza e della Commissioni - ha affermato - si è deciso di eleggere come presidente un consigliere che non risultava indagato e voglio dire con estrema chiarezza: anche se lo fosse stato, l’avviso di garanzia non è una condanna perché non lede in alcun modo il diritto politico dell'individuo, il suo diritto civile. E voglio essere chiaro: nessuno ne era al corrente e non commento la gravità di alcune osservazioni che sono state fatte tipo: si sapeva. Se qualcuno lo sapeva e lo ha tenuto nascosto, segnalo che rispetto all'iter della legge italiana si potrebbe definire l'esistenza di un reato che può essere violazione di segreto istruttorio. Vincenzi, venuto a conoscenza dell'atto, si è dimesso, giudicando di non poter proseguire, per difendersi libero anche da una dimensione politica che risulta incomprensibile. Per cui, nessuna minimizzazione dell'avvenuto ma neanche voglia di criminalizzare chi nel corso della sua vita può essere coinvolto in procedure e procedimenti penali».

 

Per concludere il poresidente della Regione ha precisato che «in questo momento ci sono sindaci del Partito democratico, del centrodestra o del Movimento 5 stelle indagati che continuano a fare i sindaci, ma non perché sono cattivi, ma perché questo lo prevede la legge sull'insindacabilità dell'atteggiamento che devono avere gli individui quando si trovano coinvolti in una procedura giudiziaria». Le opposizioni, non soddisfatte, sono passate al contrattacco. Apre l’assalto Francesco Storace, che vuole «sapere se questa Assemblea rischia lo scioglimento traumatico o meno». A seguire il consigliere Luca Malcotti, che ha spostato il problema dalle aule giudiziarie, alla «sensazione, forte, che queste inchieste stiano condizionando la Giunta Zingaretti e la sua maggioranza». «Non si riesce ad approvare la legge Delrio, da otto mesi è finito nel dimenticatoio il testo unico per il commercio - ha coninuato Malcotti - Zingaretti ci deve dire se lui e la sua maggioranza sono ancora in grado di governare il Lazio». Dello stesso tenore l’intervento del capogruppo di Fi Antonello Aurigemma, mentre il capogruppo del M5S Devid Porrello ha definito il discorso di Zingaretti «vuoto e preoccupante» e si è chiesto se ora è opportuno lasciare la presidente della Commissione antimafia al Pd. Poi si è risposto: «Secondo noi non lo è».

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