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Da Calvi a Castellari fino a Gardini strani suicidi e morti "sospette"

Nella storia italiana tante le morti sospette di personaggi scomodi

Da Calvi a Castellari fino a Gardini strani suicidi e morti "sospette"

Il finanziere Roberto Calvi

Gesto estremo volontario o omicidio «mascherato»? L’interrogativo sulla morte di David Rossi, rilanciato con forza dal video del New York Post e dalle polemiche che ne sono seguite, non è un quesito inedito nella storia d’Italia. Anzi. I suicidi sospetti, purtroppo, sono stati tutt’altro che una rarità negli ultimi trent’anni. Tra i casi più famosi, certamente, quello del banchiere Roberto Calvi. Implicato nel crack del Banco Ambrosiano, viene trovato impiccato a Londra, sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi, il 18 giugno 1982. Una morte subito derubricata dalle autorità inglesi in semplice suicidio; ma invece un omicidio per zittire una voce scomoda, secondo familiari e conoscenti. Che, nel 2010, si sono visti confermare la propria tesi da una sentenza della Corte d’assise d’Appello di Roma, in cui si legge chiaramente che «Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso». Ancora più eclatanti le incongruenze emerse dalle indagini sulla tragica fine di Sergio Castellari, ex commissario di polizia diventato in seguito direttore generale degli affari economici del ministero delle Partecipazioni statali, poi consultente Eni e implicato anche in Sapri Brocher ed Efim. L’uomo scompare il 18 febbraio 1993, e dopo qualche giorno i suoi familiari ricevono lettere in cui Castellari annuncia i suoi propositi suicidi. Il suo corpo viene trovato una settimana dopo, nella zona di
Monte Corvino, il volto irriconoscibile: manca mezza calotta cranica, portata via da un colpo d’arma da fuoco. Ma il proiettile non viene mai trovato, e la pistola con cui si sarebbe sparato è riposta nella fondina. Il corpo dell’uomo è più corto – di una decina di centimetri – dell’altezza nota del Castellari, e tra le gambe del cadavere viene trovato un sigaro, con tracce di saliva appartenenti a un’altra persona. L’estate dello stesso anno – è il 20 luglio del 1993 – tocca a Gabriele Cagliari, presidente Eni, coinvolto nella vicenda Enimont. Arrestato a marzo dello stesso anno, viene trovato morto sul pavimento del bagno annesso alla cella. Il suo capo è ricoperto da una busta di plastica legata intorno al collo. Ma sul suo viso vengono ritrovate ecchimosi che fanno pensare a una mano esterna. Tre giorni dopo, Raul Gardini si spara con un colpo di pistola alla tempia mentre è disteso sul letto. Nella stanza, però, non si ritrovano residui di polvere da sparo. La pistola con cui si dovrebbe essere sparato viene ritrovata appoggiata sulla scrivania a diversi metri dal letto, priva di impronte. Nemmeno quelle del suicida. Nel 1995 muore in circostanze misteriose, poi ricondotte dalla Procura a un suicidio, Mario Ferraro, 46 anni, tenente colonnello del Sismi. La moglie lo trova impiccato al bagno, nella loro casa dell’Eur, e una lettera dello stesso Ferraro che parla del suo timore di essere ucciso. Ma il caso è archiviato come l’estremo gesto in seguito alla morte della figlia, avvenuta però 8 anni prima. Stessa sorte per il caso di suicidio di Adamo Bove, 42 anni, ex poliziotto e responsabile della security governance di Telecom Italia. Intorno alle ore 12 del 20 luglio 2006, il dirigente parcheggia l’auto a lato della strada e si è getta dal cavalcavia di via Cilea, nel quartiere del Vomero, Napoli. Dopo un volo di una ventina di metri, si schianta su una carreggiata della tangenziale e muore sul colpo. Il dirigente - che era indagato per violazione della privacy per aver «spiato» alcune persone attraverso una rete informatica e coinvolto, pare, anche nel «Laziogate» – non aveva mai manifestato intenti suicidi. Non sono nemmeno stati trovati messaggi scritti lasciati ai parenti o agli amici, alimentando così la tesi – mai dimostrata – dell’omicidio o quanto meno del suicidio istigato. Nella lunga lista dei suicidi sospetti c’è anche Renzo Rocca direttore dell'ufficio per la Ricerca economica e industriale del Sifar per conto del quale finanziò l'istituto Alberto Pollio. Fu trovato morto nel suo ufficio, con un colpo di pistola alla tempia, poco prima di essere interrogato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964. La prova del guanto di paraffina non mostrò tracce di polvere da sparo sulle mani di Rocca, tuttavia il caso fu chiuso come suicidio. Ci fu una maledetta fretta di archiviare la morte per suicidio anche di Omar Pace, colonnello della Guardia di finanza in forza alla Direzione investigativa antimafia che si tolse la vita nel suo ufficio sparandosi alla tempia e che avrebbe dovuto testimoniare il giorno dopo al processo di Reggio Calabria nel quale era imputato l’ex ministro Claudio Scajola per aver favorito la latitanza dell’imprenditore Amedeo Matacena. Era il 4 aprile 2002 quando, invece, i carabinieri di Tivoli trovarono il corpo senza vita di Michele Landi nella sua casa di Guidonia Montecelio, a una trentina di chilometri da Roma. Landi era tecnico informatico, era stato consulente di Umberto Rapetto, tenente colonnello della Fiamme Gialle, e del pubblico ministero di Palermo Lorenzo Matassa. Nelle loro prime dichiarazioni, entrambi esclusero l’ipotesi del suicidio. Matassa pensò a un omicidio maturato in ambienti ben precisi: «Penso ai servizi segreti, quelli che hanno cercato di dare un segnale a chi sta lavorando sull’omicidio del professore Marco Biagi». Nel 2001 si sparò un colpo alla tempia, tre giorni dopo una perquisizione, il responsabile della sicurezza dell’Hotel «Hilton» di via Cadlolo. E qualche mese prima, un suo collaboratore, dipendente di un istituto di vigilanza distaccato all’albergo di Monte Mario, si era tolto la vita nello stesso modo. Alla moglie, prima di farsi saltare le cervella, l’uomo aveva parlato di una sorta di memoriale che stava scrivendo e che riguardava il suo lavoro. Un altro mistero insomma. E non sarebbe stato un suicidio collettivo quello di Gesuino Mastio, 34 anni di Ovodda (Nuoro), della moglie Federica Torelli, 26 anni, e del figlio Alessandro di 6 anni, rinvenuti cadaveri a bordo di una "Mini Innocenti" in una strada di campagna presso Chianciano Terme, in provincia di Siena. Lo disse il padre, Salvatore Mastio rompendo il silenzio sui tragici avvenimenti che sconvolsero la famiglia dopo l'arresto del figlio Agostino, 41 anni, coinvolto e «pentito» nel sequestro dell'imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Infine c’è una serie di morti sospette e di testimoni scomparsi dopo la strage di Ustica che il giudice Rosario Priore definì: «Una casistica inquietante. Troppe morti improvvise». Ma allo stato mai nessuna correlazione è stata provata. 

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