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Il braccio di ferro con il governo indiano ci è costato 8 milioni

Dal risarcimento alle famiglie delle vittime alle trasferte. L'assegno più corposo è per i legali: oltre sei milioni. Fino a oggi

Il braccio di ferro con il governo indiano ci è costato 8 milioni

Marò

Dopo 1565 giorni di calvario, con il ritorno di Salvatore Girone da Nuova Delhi, finalmente tutti e due i marò sono in patria. Il caso è a una tappa fondamentale ed è tempo di bilanci. Volendo fare il «conto della serva» fino ad oggi, euro più euro meno, il caso marò è costato agli italiani che lavorano attorno agli otto milioni di euro, ma il conto, naturalmente, non è chiuso.

Tutto è iniziato il 15 febbraio 2012, il giorno dopo San Valentino: nel bel mezzo del Mare Arabico, in acque internazionali il mai chiarito incidente nel quale perirono due sfortunati pescatori. L’Enrica Lexie, la petroliera su cui erano imbarcati in missione internazionale di pace antipirateria i nostri marò, venne attirata in India, poi l’arresto. Da quel momento sono iniziate le spese: le missioni diplomatiche in India per trattare con le autorità del posto, quelle di viaggio per i familiari della coppia, più naturalmente gli stipendi dei nostri due militari che sono finiti in questa trappola mentre facevano il loro dovere.

Tutto nell’ordine di molte decine di migliaia di euro all’anno. La prima «botta» giunge il 20 aprile 2012 con il disastroso accordo extragiudiziale del governo Monti con le famiglie delle vittime in base al quale l’Italia sborsò dieci milioni di rupie (142.000 euro) per ognuna delle due vittime. Una «donazione», per l’allora ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, un «risarcimento», secondo gli avvocati indiani, un’ammissione di colpa e un tentativo di aggirare la legge per i pubblici accusatori. Trecentomila euro dei contribuenti che non solo non risolsero il caso, ma lo complicarono.

Poi c’è la cauzione di 800mila euro sborsata dalla Farnesina il 2 giugno 2013 per far rilasciare Girone e Latorre dal penitenziario di Trivandrum. Ma questi soldi almeno sono rimborsabili. Il capitolo delle spese legali è il più complesso: la vicenda si suddivide in due fasi, quella indiana e poi l’«internazionalizzazione». Cinque milioni di dollari sono stati pagati dai governi Monti e Letta agli avvocati indiani. Prima lo studio Titus & Co di Nuova Delhi, che dichiarò di aver schierato ben 9 legali sul caso. Il più noto alle cronache italiane è Harish Salve, che nel marzo 2013, quando sembrava che i fucilieri di Marina restassero in Italia dopo il permesso concesso dall’India, dichiarò con sdegno che lasciava l’incarico per protesta. Da Roma venne ingaggiato anche l’avvocato Mukul Rohatgi, raffinato collezionista di auto, uno dei legali più pagati dell’India. Si è battuto a spada tratta, senza ottenere nulla, tranne, naturalmente, la sua parcella.

In euro durante la «fase indiana» sono stati impegnati oltre 3 milioni e mezzo. Il pagamento è stato effettuato nel 2013 in quattro tranches, la prima da circa 900mila euro, la seconda da 800 mila, la terza ancora da 900mila, più una ulteriore di circa 700mila. Una piccola parte sono serviti per l’avvio della «fase due»: l’internazionalizzazione che, pur mantenendo l’attenzione in India, spostava la pressione legale su Amburgo (Tribunale internazionale del Mare) e L’Aja (Corte permanente di arbitrato). È stato ingaggiato il principe internazionale del Foro Sir Daniel Behtlehem, che ha schierato tre avvocati sul caso. Ma non solo: gli inglesi fanno parte di un team legale di 9 persone, cinque dei quali sono esperti italiani.

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