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"Hanno ucciso papà. Non li farò vivere"

Parla Simone Giacomoni, figlio del medico picchiato a morte a Mentana In un anno dieci furti: profanata la villa dove avvenne il massacro

«Quella notte mia sorella mi ha chiamato alle tre. ‘Simone, papà, papà’, ripeteva. Mi sono alzato, ero in pigiama, scalzo e in quel modo sono corso a casa di mio padre, a tre chilometri dalla mia. Ho aspettato le sette di mattina, fuori a quella villa che tanto aveva voluto e che in un anno è stata profanata dai ladri dieci volte. Volevo vederlo, salutarlo. Quei tre lo hanno massacrato e io gli ho giurato che non vivranno fuori dal carcere».

Simone Giacomoni, il secondo dei sette figli del medico ucciso nella sua casa di Mentana il 23 gennaio dello scorso anno, chiede una giustizia esemplare nel giorno della sentenza di primo grado che vede alla sbarra due dei tre romeni accusati di aver ammazzato di botte il padre per poche migliaia di euro.

 

 

Sono passati quindici mesi dall’omicidio di suo padre, Lucio. Come vive oggi la vostra famiglia?

«Personalmente ho perso la mia ragione di vita. È azzardato dirlo, mi rendo conto, avendo quattro bambini. Ma mio padre per noi era tutto: il nostro orgoglio, il nostro collante, un esempio, uno stimolo a far bene. Siamo cresciuti in una famiglia patriarcale, senza di lui è venuto a mancare il punto di riferimento».

 

 

Lei ha seguito ogni udienza, più volte ha incrociato gli occhi di chi è accusato di aver ammazzato suo padre. Ha notato pentimento?

«Li guardo, li riguardo. Sono dei vigliacchi, lo hanno aggredito in tre, di notte, dopo aver staccato la luce dal contatore elettrico. Mihai (Alexandru Ionel n.d.r.) è una persona che mio padre ha aiutato, ha dormito da lui, aveva un problema al ginocchio e lo ha fatto visitare da un luminare. Adesso in aula piange, ma è lui, ex campione europeo di kickboxing, ad avergli dato il primo pugno. Io non perdono. Se questi tre tornano in libertà, in cella entro io».

 

 

Lei ha avuto un diverbio con uno degli avvocati difensori. Vi hanno dovuto dividere i carabinieri, è vero?

«È stato capace di dire che mio padre ‘tutto sommato non lo hanno picchiato forte’, non avendo riportato lesioni craniche. Forse le foto del cadavere non le ha viste. Me lo hanno massacrato, buttato in bagno, colpito a calci sulle costole, alla schiena, gli hanno sbattuto la faccia a terra più e più volte. Tant’è che è morto» .

 

 

La sera del 23 gennaio in casa con suo padre c'era anche una ragazza moldava.

«Sì, in aula è stata ascoltata come teste. Quando i tre sono entrati, lei era in camera, le hanno buttato una coperta in testa e hanno iniziato a picchiarla. In macchina dopo il pestaggio, mentre la portavano lontana dalla villa, le hanno detto: Lucio Giacomoni doveva morire, perché era un nostro nemico».

 

 

Crede nella giustizia?

«Credo che tutti abbiano diritto a essere difesi, non a scegliersi gli avvocati. Tra l’altro pagati a spese di noi contribuenti. Buduca, (Daniel Alexandru n.d.r.) condannato a luglio con rito abbreviato, non ha ricevuto l’ergastolo perché il giudice non ha ritenuto valide le aggravanti della crudeltà, dei futili motivi. Si è anche scusato con noi, ci ha detto di aver ricevuto una direttiva del Ministero perché la pena massima a ragazzi di 25 anni incensurati non si può dare. Gli ho scritto una lettera per dirgli che è un vigliacco, come lo Stato. Neanche l'ergastolo è abbastanza».

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