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Pignatone: ecco i misteri sulla fuga di Provenzano

Il procuratore di Roma supertestimone a Palermo

Ieri, al processo sulla presunta "trattativa Stato-mafia", nell’aula bunker di Palermo ha deposto un testimone d’eccezione: il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, il magistrato che, nel 2006, coordinò le indagini che portarono all’arresto del boss dei boss Bernardo Provenzano. Ed è proprio intorno al nome del Padrino dei corleonesi che ha ruotato la testimonianza di Pignatone, il quale, rispondendo alle domande del titolare dell’inchiesta, Nino Di Matteo, si è soffermato sulla presunta mancata cattura di Provenzano che i pm palermitani imputano agli ufficiali del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, e in particolare al generale Mario Mori, imputato nel processo. La tesi di Di Matteo è nota: il Ros fece in modo di non consegnare Provenzano alla giustizia perché il boss era il "garante" degli accordi fra mafia e pezzi dello Stato, siglati per far cessare le stragi in cambio di concessioni di peso a Cosa Nostra. Ipotesi che poggia soprattutto sulle parole del colonnello Michele Riccio, il quale, sia nel processo sulla "trattativa" che in quello sul presunto favoreggiamento a Provenzano (in primo grado conclusosi con l’assoluzione di Mori e del colonnello Mauro Obinu), ha sostenuto di aver inutilmente informato gli uomini del Ros sulla possibilità, appresa dal confidente Luigi Ilardo, di catturare zu Binnu in occasione di un summit di mafia che si sarebbe tenuto il 31 ottobre del 1995 in un casolare di Mezzojuso. Nel corso della sua testimonianza, Pignatone, ex procuratore aggiunto di Palermo, ha riferito che nessuno mai lo informò della possibilità di catturare il boss: «Riccio non mi parlò mai del mancato blitz (…). Io nemmeno dopo fui informato da Riccio, dal generale Mori o da altri ufficiali che quel giorno ci sarebbe stata la possibilità di catturare Provenzano. Se avessimo saputo della presenza del boss e di tutti gli esiti delle indagini, avremmo proceduto, io e Gian Carlo Caselli (che allora dirigeva la procura, ndr ), a tutti gli accertamenti necessari (…). Seppi solo nel 2003 del cosiddetto "mancato blitz" leggendone sulla stampa, e ne rimasi molto colpito, tanto da fare una relazione di servizio al mio capo dell’epoca, Piero Grasso».

Pignatone ha anche sottolineato che sollecitò più volte «alla Dia, che si era occupata delle investigazioni prima del Ros, intercettazioni e altre attività ordinarie, fondamentali, e per le quali ci venivano invece rappresentate difficoltà per noi incomprensibili, accampavano pretesti per non farle». Il procuratore capo di Roma ha poi spiegato che «nel 1995 era ancora vivo in noi il ricordo della mancata perquisizione del covo di Riina, ancora oggi una ferita aperta. Se avessimo avuto qualche dubbio su qualcosa che le forze investigative avrebbero potuto fare e non avevano fatto, figuriamoci se non avremmo subito attivato le indagini». Di notevole importanza è quanto riportato nella relazione di servizio redatta da Pignatone nel 2003 e basata su un appunto scovato nel suo pc dopo aver appreso del mancato blitz.

In quell’annotazione, infatti, si parla di un suo incontro con Riccio e Obinu l’1 novembre 1995, il giorno dopo il summit a Mezzojuso: «Trovai l’appunto, scritto il giorno dopo la presunta mancata cattura, quando vidi i due ufficiali – ha riferito Pignatone -, ma nemmeno in quella occasione mi fu detto che c’era il sospetto che il boss ci fosse andato. Mi venne riferito solo che c’era stato un incontro a cui era andata la fonte e che c’erano buone possibilità di prendere Provenzano di lì a poco. Una cosa che ci dicevano in continuazione». L’indagine, ha aggiunto Pignatone, «si inaridì e fui io stesso a chiederne l’archiviazione». Le stranezze non mancano: «Caselli mi disse di non parlare a nessuno di questa inchiesta – ha infatti concluso il procuratore -, né ai pm né agli aggiunti, ma di riferire solo a lui. Era certamente un’anomalia per me e non mi è mai più capitata».

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