cerca

"Lo capisci? Ora smettila". E poi calci, pugni, minacce Quando la mia vità cambiò

Ecco l'anticipazione del libro "Io non taccio"

«Io non taccio. L’Italia dell’informazione che dà fastidio», è un libro pubblicato dalla Casa Editrice "Cento Autori". Racconta alcune storie dei tantissimi giornalisti e blogger che, ogni anno, subiscono minacce e intimidazioni in Italia, a causa di inchieste coraggiose, che senza censure raccontano di verità scomode, spesso inconfessabili. Il libro è scritto a più mani, gli autori sono i cronisti che hanno avuto problemi con la mafia, molti dei quali vivono sotto scorta. Tra questi Paolo Borrometi, editorialista de Il Tempo . Di seguito uno stralcio della sua agghiacciante esperienza raccontata nel libro.

 

 

«Ora u capisti? T’affari i cazzi tuoi. U capisti?».

Continuano a rimbombare nelle mie orecchie le parole ascoltate quel 16 aprile del 2014. Fu in quel giorno che la mia vita cambiò. Drasticamente. Era un pomeriggio quasi primaverile, uno di quei pomeriggi siciliani meravigliosi. Modica, cuore barocco della provincia di Ragusa, sembrava anticipare la bella stagione. Anche quel giorno, come facevo sempre, mi ero recato nella casa di campagna per dare da mangiare al mio bellissimo pastore tedesco. Uscito dal recinto del cane alle mie spalle si materializzarono due uomini. Due sagome vestite di nero, con il volto travisato. Erano incappucciati, come se indossassero dei sottocaschi. Si scorgevano solo il naso e gli occhi.

Il primo, quello più alto e robusto, mi bloccò e mi girò il braccio destro dietro le spalle. Lo tirava come fosse stato snodabile. Il dolore fu atroce. Indescrivibile. L’altro, invece, mi colpì alle gambe facendomi cadere. A quel punto entrambi iniziarono a tirarmi calci.

 

 

Uno, due, quattro, dieci... Non li contavo più i colpi che ricevevo. Continuavo invece a sentire quelle parole, «Non ti sei fatto i cazzi tuoi, quindi...».

«Avevo avuto paura, tanta paura. E nessuno, neppure la mia coscienza, avrebbe avuto a che ridire se quella "lezione" che mi era stata data, mi avesse consegnato ad un disimpegno nel domani. Due erano le strade che mi si paravano innanzi: mollare tutto, cedendo alla legittima paura, oppure continuare. Facendo loro capire, chiunque fossero, che non avevano vinto e che non avrebbero vinto mai. Fu allora che capii che dovevo continuare. Andare avanti. Sì perché una penna vale più di una pistola puntata alla tempia. Ero convinto di essere più forte, anche se quei lividi fisici (con una menomazione permanente alla spalla) avevano e avrebbero lasciato il posto a ferite morali molto più dure da guarire.

(…)

 

«Le mie inchieste si addentravano nei meandri del malaffare ragusano, dove la parola mafia è rigorosamente assente dal vocabolario. E per chi la usa c’è il rischio di essere etichettato per pazzo. Avevo scritto della morte di Ivano Inglese, giovane trentaduenne ucciso a Vittoria. In quel periodo stavo lavorando ad un’inchiesta sul malaffare a Scicli, la città di Montalbano, dove una gang, capeggiata da un gruppo di netturbini, gestiva tutto ciò che di illegale esisteva: il mercato dello spaccio, il racket del pizzo e il business dei manifesti elettorali. Ma non solo. Il gruppo era in grado di gestire la latitanza di esponenti malavitosi e curare i delicati rapporti con il mondo della politica. Primi tra tutti gli amministratori di Scicli, per i quali si intravedeva – come poi è realmente successo – lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose.

Le inchieste scatenarono una nuova campagna d’odio nei miei confronti. Così, a distanza di tre mesi dall’aggressione, mentre mi trovavo ancora in forzata convalescenza, ripresero (o forse non terminarono mai) gli episodi intimidatori. Una scritta, che era anche un chiaro messaggio: «Stai attento», si materializzò nel corso di una notte sulla mia auto. Poi, per timore che non capissi, qualcuno si prese anche la briga di scrivere sul muro dell’androne di casa un poco benaugurale «Borrometi sei morto». Finché, nel bel mezzo di una calda notte agostana, un incendio di carattere doloso distrugge la porta della mia abitazione, al settimo piano di un condominio.

 

 

Quella successiva al rogo fu una giornata devastante. Scandita dai sensi di colpa per aver messo in pericolo non tanto la mia vita mia, com’era accaduto mesi prima, ma anche quella dei miei genitori. Ma anche dallo stupore per un qualcosa destinato a segnare il mio futuro prossimo. Improvviso arrivò quel trillo. Improvviso e inatteso. Arrivava dal comando provinciale dei carabinieri di Ragusa. «Ti è stata assegnata una scorta, la tua vita è in pericolo», cercò di spiegarmi con tutta la delicatezza del caso, il colonnello Salvatore Gagliano, che del Comando provinciale dell’Arma era il responsabile.

 

«Da quella sera la mia vita è cambiata. Nelle grandi, ma anche nelle piccole cose. Quelle che a una persona cosiddetta "normale" passano quasi inosservate. Non posso, ad esempio, andare a cena con gli amici, fare una passeggiata con una ragazza, guidare la mia macchina, recarmi al mare dove voglio».

Da Cosa nostra alla ‘ndrangheta, con il boss di Gioia Tauro, Michele Brandimarte, ucciso in terra di mafia e le minacce della figlia, Anna Maria. I traffici di droga fino alla Sicilia della famiglia che gestisce il Porto calabrese e la faida, nata per questioni d’onore fra la figlia del boss suo marito.

 

 

Tutto fino allo "scandalo Italgas", la prima azienda di stato quotata in borsa e commissariata per mafia. Si tratta di uno dei meno conosciuti affaire di inizio millennio, che vede coinvolti i fratelli Cavallotti, meglio conosciuti come i re del metano di Belmonte Mezzagno i cui nomi comparirebbero in alcuni dei famosi "pizzini" attribuiti al capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano».

«Non ci sono riusciti a farmi fare i "fatti miei", nonostante i calci e le minacce. In fondo, un sogno è difficile da distruggere. E io continuo a sognare. Sogno di svegliarmi una mattina, e dopo essermi guardato allo specchio, dire: Sì, ne è valsa la pena».

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

Salvini: "Mi criticano per le divise della polizia? Le porto con onore"

Gracia De Torres e Daniele Sandri
Il Tricolore atterra sui Fori Imperiali: ecco il lancio mozzafiato del paracadutista della Folgore
Sul palco in bermuda, il balletto di Maradona per Maduro