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Caso Ceste, chiesti 30 anni per il marito

Il pubblico ministero vuole il massimo della pena per Michele Buoninconti Il vigile del fuoco è accusato di omicidio volontario della moglie Elena

Trent’anni di carcere. È questa la condanna che il pm Laura Deodato ha chiesto per Michele Buoninconti, il vigile del fuoco accusato di aver ucciso la moglie Elena Ceste e di averne occultato il corpo nel Rio Mersa, un canalone di scolo a poche centinaia di metri dalla casa in cui abitavano, a Costigliole d’Asti. La requisitoria del pm che ha riassunto i termini del castello accusatorio è durata quattro ore. Buoniconti, marito-padrone della Ceste, avrebbe ucciso la moglie il 24 gennaio 2014 denunciandone subito dopo la scomparsa. Avrebbe agito in modo premeditato, allo scopo di punire la moglie, colpevole di avere allacciato amicizie maschili su Facebook. Laura Deodato ritiene che Buoninconti abbia poi dato vita ad uno show attraverso i media, ipotizzando rapimenti improbabili e perfino l’arrivo dei marziani. L’accusa di omicidio volontario, ha detto la pm, è associabile alle aggravanti dell’occultamento del cadavere e della premeditazione. Massimo della pena, dunque, per il pompiere «amato da tutti», come Buoninconti si definiva, tenendo presente che l’imputato ha scelto il rito abbreviato, pertanto potrà godere dello sconto di un terzo della pena, qualunque essa sia. All’udienza di ieri, che si svolgeva a porte chiuse, Buoninconti è arrivato vestito di blu. Blu la camicia e i pantaloni, sotto a un cardigan grigio. I capelli più lunghi di come li abbia portati negli ultimi anni, lo sguardo (assente e tuttavia vigile) che sfidava le macchine fotografiche, ha seguito il processo senza proferire verbo, immobile. Non risulta abbia scambiato sguardi con gli anziani genitori di Elena, che hanno in affidamento provvisorio i nipoti, quattro figli minorenni nati dallo sfortunato matrimonio. Non c’è particolare attesa per l’arringa dei difensori Enrico Scolari e Giuseppe Marazzita, che fino ad oggi non hanno anticipato colpi di scena. La sentenza dovrebbe arrivare nella prima settimana di ottobre. Sarà un momento determinante per chiudere il primo capitolo giudiziario relativo alla morte di Elena Ceste. Lei era stata una ragazza torinese riservata, con un gran bel sorriso e la voglia di avviare una propria carriera professionale. Poi aveva incontrato, giovanissima, l’autista di autobus Michele Buoninconti, di origine campana, che l’aveva conquistata con quel garbo che univa a una volontà di ferro. Per lui Elena aveva buttato via i propri sogni e si era avviata verso un’altra strada, quella del matrimonio, dal quale erano nati quattro figli. Vinto il concorso nei vigili del fuoco, Michele si era trasferito con moglie e figli in quella casona di campagna, squadrata e comoda, a Costigliole d’Asti. Lui si era rivelato marito intransigente, tanto geloso da pagare l’assicurazione dell’auto della moglie solo nei mesi in cui lei doveva accompagnare i figli a scuola. La coppia era andata avanti ma Elena Ceste sembrava sfiorire lei stessa lentamente. Nell’ottobre di due anni fa attraverso Facebook, aveva trovato conforto nell’amicizia di due uomini, tanto per fuggire dalla sua gabbia orlata dai doveri e dalla fatica. Quando il marito scopre un paio di messaggi sul cellulare della moglie, l’uragano si abbatte sulla coppia. Fino al 24 gennaio 2014. È una mattina fredda: Buoninconti va ad accompagnare i figli a scuola. La moglie resta a casa, dice lui, perché non si sente bene. Nessuno la vedrà più. Nei mesi seguenti, quando ancora nessuno ha idea di quale fine sia toccata alla torinese trentasettenne, lui intrattiene una relazione con una donna del sud. Contestualmente ribadisce che sua moglie non può essere scappata. Lei è stata rapita, ribadisce, mostrando gli abiti che Elena Ceste avrebbe abbandonato davanti al cancello di casa prima di sparire. Nove mesi dopo, la raccapricciante scoperta, avvenuta per caso, a qualche centinaio di metri da casa Buoninconti. Una gru che per conto del Comune sta pulendo il rio Mersa, scopre i resti (pochi) di un corpo divorato dagli animali, distrutto dalle intemperie. Un corpo nudo. I cadaveri privi di vestiti (i vigili del fuoco lo sanno bene), quando finiscono nell’acqua diventano niente. Pochi giorni e la verità emerge: il corpo è quello di Elena Ceste. Escludibili il suicidio e la morte accidentale, resta possibile solo la terza ipotesi: l’omicidio. Michele Buoninconti viene arrestato il 29 gennaio di quest’anno: il suo alibi non regge, le sue dichiarazioni somigliano ad un mosaico messo insieme per depistare le indagini. Uno spettacolino costruito da un attore consumato, guascone e furbo. Lui, neanche a dirlo, continua a dichiararsi innocente.

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